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Ottobre ormai inoltrato. Gli uffici hanno già riaperto da giorni, ed anche le scuole. Addio alla poesia delle aule senza studenti di gozzaniana memoria. E benvenuto, si fa per dire, all’usuale, caotico traffico cittadino. Che di poetico non ha nulla.

Tutto si muove con sempre maggiore velocità. I tempi ci sembrano stretti, rigorosamente scanditi e contingentati.

Corriamo. Sempre. Per andare al lavoro, per portare i figli a scuola, per incontrare un amico, per andare in palestra… Persino gli amanti hanno sempre meno tempo, e relazioni si consumano nella velocità. E nell’insoddisfazione.

Insomma, domina la fretta. Divenuta ormai habitus mentale e morale.
E abbiamo perso la capacità di guardarci intorno, troppo concentrati, come siamo, su noi stessi. O meglio sui nostri problemi, impegni, scadenze.. Divorati dalla fretta, appunto. E perciò tanto più incapaci di fare, realmente, qualcosa. Frettolosi. Imprecisi. Distratti.

Guardare intorno sarebbe, invece, importante. Ci permetterebbe di percepire le cose intorno a noi. Gli ambienti. I paesaggi. Gli altri. E quindi di imparare a conoscere un po’ meglio noi stessi, grazie all’immagine che il mondo, come uno specchio, ci rimanda.

Guardare il mondo intorno a noi serve per dimenticare se stessi, almeno per un attimo. E quindi conoscersi. Perché si può conoscere solo ciò con cui non si è (troppo) identificati. Ciò che è altro da noi.

È la lezione che troviamo sottesa nel capolavoro di Mishima, la tetralogia de “Il mare della fertilità“. Nella straordinaria apertura il protagonista comincia ad avere una qualche chiarezza sui suoi sentimenti nei confronti della donna contemplando un giardino di peschi in fiore.

Mishima era profondamente giapponese. Per cultura, sentire e scelta. Tuttavia era anche altrettanto profondamente occidentalizzato. Lo dice lui stesso a Moravia in una famosa intervista (“Non è necessario che si tolga le scarpe… Questa è una casa occidentale”) e soprattutto nei fulminanti saggi de “La coppa di Apollo”. Dove si misura con le radici della civiltà greca. Con il mito, soprattutto. Che ritorna nella sua lirica Icaro “Appartengo forse io al cielo?…”.

Mishima era veramente il figlio della Restaurazione Meiji. Il tentativo di conciliare due poli opposti e contraddittori. La contemplazione orientale, la velocità occidentale. Come Nishida Kitaro, il maestro zen che rilesse, in modo originalissimo, Hegel. Lo scorrere della Storia, con il suo “telos” e l’arte di sospendere il fluire del tempo.

È qualcosa da cui potremmo, o meglio dovremmo imparare.
Fermare il tempo. Sospendere. Non dirsi, sempre, ho troppe cose da fare… Sono indaffarato/indaffarata… Sostare. Guardarsi intorno. Osservare le cose. I paesaggi. Non solo in vacanza. I paesaggi urbani. I paesaggi cui siamo assuefatti, tanto da riuscire praticamente più a vederli. Cogliere un particolare, la sfumatura di una foglia nel proprio giardino, il suono di un violino o di una fisarmonica in lontananza. Questi particolari possono divenire brecce nel massivo muro di spazio e tempo che ci imprigiona. Possono permettere all’Icaro nascosto di tornare a volare. Liberandosi da tutte le pastoie che lo vincolano alla terra. Alla stasi emotiva e sentimentale che si nasconde, anzi che noi stessi nascondiamo dietro a tanto, ordinario affannarsi.


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