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1968:

il movimento socioculturale e di protesta ricordato come Il Sessantotto è al suo apice, mentre a Memphis viene assassinato Martin Luther King alla Casa Bianca si insedia il repubblicano Richard Nixon, la nazionale italiana di calcio vince per la prima volta i Campionati europei e muore Padre Pio; ecco la prima parte degli album che anno segnato la storia della musica in questo anno:

1. “Astral Weeks” di Van Morrison
Il secondo album dell’artista nordirlandese Van Morrison è considerato un capolavoro della musica rock: nato in un periodo di sofferenza dell’artista, “Astral Weeks” denota un netto cambiamento stilistico, con il passaggio ad un folk jazz acustico, con uno stile musicale definito “impressionista” e con uno stile espressivo paragonabile al poeta James Joyce.

L’album fu realizzato con un quintetto jazz ed i brani sono divisi in due parti intitolate “In the Beginning” e “Afterwards”.

La prima parte si apre con l’omonima title track: la voglia di redenzione e di rinnovamento e la sensazione di alienazione del brano ha un accompagnamento acustico, ricamato con flauto, basso, una sezione d’archi e la straordinaria voce di Van “The Man”. “Beside You” è una poesia d’amore, la più intensa dell’album, con le chitarre leggere ad accompagnare la struggente voce di Van Morrison, mentre il riff di “Sweet Things” ci riporta a ritmi più folk, ma sempre con la voce di The Man a farla da padrone.

L’atmosfera di serenità che trasmette “Cyprus Avenue” chiude la prima parte, tra ritmi folk e blues che sembrano aprire alla primavera dopo un rigido inverno.

The Way Young Lovers Do” apre la seconda parte (“Afterwards”) con ritmi misti tra swing, jazz e boogie, che trasmettono la spensieratezza degli amori giovanili.

L’addio alla giovinezza di “Madame George” racconta una storia tutta irlandese, tra folk e country con influenze jazzistiche, fino ad arrivare al penultimo brano “Ballerina”, sempre romantico, nel tipico stile dell’intero disco, con i violini a fare da tappeto alla voce di Van Morrison.

Il brano che chiude l’album è “Slim Slow Slider” che ci riporta alla malinconia di “Astral Weeks”, con ritmi un po’ più blues accompagnati dal sax soprano: la redenzione dell’anima ora è completa.

2. “At Folsom Prison” di Johnny Cash
At Folsom Prison” è un omaggio di Johnny Cash ai detenuti del carcere di massima sicurezza di Folsom: Cash fu il primo a cui venne l’idea di fare un concerto gratuito dentro un carcere, andando contro la sua casa discografica.

L’uomo che varca i cancelli del carcere non è solo un artista, ma una persona tribolata che vuole parlare ad altre persone come lui, infatti la scaletta è studiata appositamente per i carcerati, escludendo i grandi classici come “I Walk the Line” o “Ring of Fire”.

Il disco live però si apre con il ritmo galoppante della famosissima “Folson Prison Blues”, ma è il country a farla da padrone con ballate come “I Still Miss Someone” o l’adrenalinica “Cocaine Blues”, fino ad arrivare a “The Long Black Veil”, una ballata di solitudine e morte. Johnny Cash vuole arrivare al cuore dei detenuti, e lo fa con “Send a Picture of Mother”, una struggente lettera dal carcere, e “The Wall”, che racconta di un tentativo suicida di evasione.

Non solo sentimentalismo e vicinanza ai detenuti, The Man in Black cerca anche di far divertire con le canzoni “Dirty Old Egg-Suckin’ Dog” e “Flushed from the Bathroom of Your Heart”.

All’album partecipano anche Carl Perkins, i Tennessee Three e June Carter, quest’ultima in particolare nella famosa e perfetta “Jackson”, prima di passare alla romantica “Give My Love to Rose”e alla malinconica “Green Green Grass of Home”.

La fine del concerto e dell’album è lasciata a “Greystone Chapel”, brano scritto da Glen Sherley, uno dei detenuti del carcere, ennesima riprova che Johnny Cash si sia immedesimato del tutto nella condizione dei detenuti.

3. “Beggars Banquet” dei The Rolling Stones
L’identità rivoluzionaria e di protesta dei Rolling Stones viene definitivamente svelata nel 1968 con l’album “Beggars Banquet”, un ritorno alle radici blues e R&B, dopo la parentesi psichedelica dell’anno precedente.

Il capolavoro dell’album è posto in apertura: “Sympathy for the Devil” è una samba rock ispirata agli scritti di Baudelaire, narrata in prima persona da Lucifero (interpretato magistralmente da Mick Jagger) che rivendica il proprio ruolo negli eventi più sanguinosi del novecento, accompagnata dalla chitarra di Keith Richards.

Seguono la rassegnata e malinconica “No Expectations”, con Brian Jones e la sua slide guitar in evidenza, e la ballata country “Dear Doctor”.

Ecco il ritorno al blues, carico di allusioni sessuali, con “Parachute Woman”, a sua volta seguito da un brano fortemente influenzato dallo stile narrativo di Bob Dylan: “Jigsaw Puzzle” ha un ritmo crescente e racconta in musica una specie di autoritratto dei membri dei Rolling Stones.

Il brano di protesta dell’album, ispirato agli scontri in piazza del 1968, è “Street Fighting Man”, un inno di battaglia dal ritmo quasi militaresco; “Prodigal Son” è una cover di un brano blues del 1929 di Robert Wilkins, mentre “Stray Cat Blues” ha ritmi più funky-blues incentrati sul sesso con una minorenne.

L’album si chiude con due omaggi alla classe operaia: la dolce “Factory Girl” e “Salt of the Earth”, con alla voce Keith Richards. Con questo album i Rolling Stones diventano il nemico pubblico numero uno e ancora oggi possono mandare a cuccia tutti i presunti ribelli del rock moderno.

4. “Cheap Thrills” dei Big Brother and the Holding Company
Il nome della Big Brother and the Holding Company probabilmente non dice molto ai neofiti del mondo rock e blues, ma la band è stata la prima a lanciare in orbita la stella di Janis Joplin che, dopo la prima collaborazione del 1967, interpreta magistralmente il secondo album “Cheap Thrills”.

Una donna bianca che canta blues con la sua voce “black”, con tutto il profondo senso di disagio, di vuoto esistenziale e affettivo: in questo album Janis tira fuori tutta la sua rabbia e disperazione, ma anche sensibilità e vulnerabilità.

L’album si apre con l’acid rock misto blues di “Combination of the Two”, con la voce di Janis ad alternarsi a quella di Sam Andrew, leader della Holding Company: sembra di ascoltare i Jefferson Airplane cimentarsi con il blues.

A seguire la sensuale e sessuale “I Need a Man to Love”, prima della rivisitazione della Joplin di “Summertime” in una versione struggente e piena di solitudine.

La hit dell’album è sicuramente “Piece of my Heart”, un rock semplice di matrice blues con la solita voce di Janis ad urlare tutta la disperazione di cui è carica.

In “Turtle Blues” viene omaggiato il più grande idolo di Janis Joplin, ovvero Bessie Smith, mentre in “Oh Sweet Mary” vi è una chiara testimonianza degli inizi della singer con il gospel.

Il picco dell’album però si ha con la cover di “Ball and Chain” di Big Mama Thornton: nove minuti di musica dove vengono mostrate tutte le sfaccettature di Janis, dal lato più morbido e romantico fino a quello aggressivo e dotato di maggior carica sessuale, come il blues deve essere.


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