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1968:

il movimento socioculturale e di protesta ricordato come Il Sessantotto è al suo apice, mentre a Memphis viene assassinato Martin Luther King alla Casa Bianca si insedia il repubblicano Richard Nixon, la nazionale italiana di calcio vince per la prima volta i Campionati europei e muore Padre Pio; ecco la seconda parte degli album che anno segnato la storia della musica in questo anno:

5. “Electric Ladyland” dei The Jimi Hendrix Experience
Il punto più alto toccato da Jimi Hendrix (con Mitch Mitchell e Noel Redding) è sicuramente “Electric Ladyland”, un doppio album dal sapore dolce e violento, insinuante, misterioso e carico dello spirito di Jimi Hendrix, a partire dalla copertina (poi censurata) con diciannove donne nude, fino ad arrivare al titolo: Hendrix chiamava “electric ladies” le groupies, ed ecco che il titolo assume il significato di paese delle meraviglie, proprio come lo psichedelico mondo di Jimi.

L’album si apre con l’inquietante “…And the Gods Made Love” e il blues in falsetto di “Have You Ever Been”, prima della velocissima “Crosstown Traffic”, vero e proprio cavallo di battaglia della Jimi Hendrix Experience.

Uno dei capolavori dell’album, una pietra miliare del rock, è “Voodoo Chile” che vede la collaborazione all’organo di Steve Winwood (Spencer Davis Group, Traffic e Blind Faith) e al basso di Jack Casady (Jefferson Airplane): un affascinante blues elettrico della durata di quindici minuti.

Seguono “Little Miss Strange”, scritta e cantata da Noel Redding, “Long Hot Summer Night”, impreziosita dal piano di Al Kooper, e “Come On (Let the Good Times Roll)”, cover di Earl King che presenta ben quattro assoli diversi tra loro in un totale di soli quattro minuti di brano.

Con il classico e famoso attacco di batteria arriva il capolavoro “Gypsy Eyes”, dedicata alla madre di Hendrix, prima della chiusura del primo album lasciata a “Burning of the Midnight Lamp”, brano psichedelico ed intrigante.

Il secondo album si apre con un colpo di tosse e “Rainy Day, Dream Away” prima di un altro capolavoro: “1983…(A Merman I Should Turn To Be)” è un blues psichedelico con al flauto Chris Wood dei Traffic; la canzone si allunga e sfuma fino a diventare “Moon, Turn the Tides”, altro brano psichedelico, paranoico ed allucinante.

Still Raining, Still Dreaming” è il proseguimento di “Rainy Day, Dream Away”, subito dopo attacca “House Burning Down”, famosa per il finale con la chitarra di Hendrix che imita il crollo di un casa.

Il finale è lasciato a due capolavori: il primo è una cover di “All Along the Watchtower”, brano di Bob Dylan, mentre il secondo è “Voodoo Chile (Slight Return)”, testimonianza della vena hard rock di Jimi, con assoli aggressivi, travolgenti e di eccezionale bellezza.

Sedici brani, per un totale di 75 minuti di rock blues psichedelico: un’opera lapidaria per i The Jimi Hendrix Experience.

6. “Lady Soul” di Aretha Franklin
Passata alla Atlantic Records nel 1967, Aretha Franklin finalmente si guadagna a pieno titolo il soprannome di Queen of Soul, grazie ad interpretazioni straordinarie come “I Never Loved a Man” e la cover di “Respect” di Otis Redding, che divenne un inno dei movimenti femministi.

L’album “Lady Soul” del 1968 è il punto più alto della sua carriera, la sua vetta artistica e il suo maggior successo discografico; dieci brani tra cover e originali, tra suoni R&B e la maestosa voce soul di Aretha.

Il sound dell’album è caratterizzato dalla presenza costante delle coriste ad accompagnare la Regina e soprattutto da una batteria di fiati strepitosa.

Chain of Fools” è il grande singolo di successo che apre l’album, un robusto sound R&B ad accompagnare la potente voce delle Regina del Soul.

Il brano successivo è, se possibile, ancora più grintoso: “Money Won’t Change You”.

Non manca la dolcezza con “People Get Ready” e, soprattutto, con il capolavoro “(You Make Me Feel Like) A Natural Woman”, uno dei quattro singoli estratti dall’album insieme con la già citata “Chain of Fools”.

Un altro dei singoli estratti da “Lady Soul” è “Since You’ve Been Gone (Sweet Sweet Baby)”, per poi proseguire con il sound più blues della dolce ballata “Good to Me As I Am to You”, con la collaborazione di Slowhand Eric Clapton.

Si ritorna ad un brano più grintoso e movimentato con “Come Back Baby”, per poi giungere alla conclusione con il quarto singolo dell’album: “Ain’t No Way” è la commovente ballata che chiude il disco, un disco ricco di cover, di tributi a James Brown, Ray Charles e Carole King, ma totalmente rivisti da Aretha, che spesso vengono considerati come versioni originali, vista la loro maestosità.

7. “The Beatles” dei The Beatles
La trasferta in India, le accuse di satanismo, la tensione tra i membri della band, l’abbandono di Brian Epstein e reduci dall’insuccesso di “Magical Mystery Tour”, i Beatles entrano nel 1968 con un doppio album dalla copertina totalmente bianca, che passerà alla storia come “White Album”, quasi a sottolineare il candore di quella band, tanto amata negli anni precedenti.

Uno dei migliori album della band inglese, anche se di band ormai non si può più parlare: ebbene sì perché ormai John, Paul, George e Ringo sono quattro solisti, ciascuno scrive e canta ciò che più lo aggrada, ma nonostante tutto il “White Album” è uno dei loro capolavori.

L’album comprende trenta tracce e il primo disco si apre con la trascinante, spontanea ed irriverente “Back in the U.S.S.R.” firmata McCartney; “Dear Prudence” e “Glass Onion” sono invece di John Lennon, per poi giungere a “Ob-La-Di, Ob-La-Da”, una specie di filastrocca dal ritmo ska giamaicano.

Il primo disco continua con il capolavoro di George Harrison “While My Guitar Gently Weeps”, con l’assolo suonato dall’amico Eric “Slowhand” Clapton, e con la celeberrima “Happiness is a Warm Gun”, unico momento di coesione creativa all’interno dell’album tra Lennon e McCartney.

Continuano ad alternarsi brani di Paul (“Martha my Dear” e “Blackbird”) a brani di John (“I’m so Tired”), fino ad arrivare alla prima creazione di Ringo Starr “Don’t Pass Me By”.

Il primo disco si chiude con due ballate: la prima è “I Will”, brano di Paul dedicato a Linda che sposerà l’anno successivo, mentre la seconda è “Julia”, brano di John dedicato alla madre.

Il secondo disco si apre con la stessa energia con cui era iniziato il primo, ovvero con il rock’n’roll trascinante di “Birthday”, per poi passare ai ritmi e agli insegnamenti indiani di “Mother Nature’s Son”.

Seguono “Sexy Sadie” di John Lennon e “Helter Skelter” di Paul McCartney, che a quanto pare stregò Charles Manson inducendolo a compiere la nota strage nell’agosto del 1969.

Con il mondo giovanile in subbuglio, Lennon si sentì in dovere di appoggiare la causa e lo fece con “Revolution 1” e l’incomprensibile sperimentazione di “Revolution 9”, tra le quali si piazzano la jazzistica “Honey Pie” di Paul, “Savoy Truffle” di George e la fiabesca “Cry Baby Cry” dello stesso John.

A chiudere definitivamente il doppio album è “Good Night”, una delicata ninna nanna composta da John per il figlio Julian di cinque anni ma cantata da Ringo.

Il “White Album” è una sorta di antologia disunita, ma non c’era altro modo per rendere giustizia alla varietà di idee dei Fab Four.

8. “The Dock of the Bay” di Otis Redding
Una morte tragica, avvenuta il 10 dicembre del 1967, segna la fine della carriera del cantante soul Otis Redding; ma la sua voce è rimasta impressa grazie a una serie di raccolte postume, la cui prima, uscita nel 1968, è senza dubbio quella più vicina alla perfezione.

The Dock of the Bay” contiene i brani più carismatici dell’artista, a partire dal brano che dà il titolo all’album: “(Sittin’ on) the Dock of the Bay” è il testamento artistico di Otis Redding, pubblicato successivamente alla sua morte, è il brano che ha ottenuto il maggior successo commerciale.

Il disco prosegue con la ballata “I Love You More Than Words Can Say” e il blues di “Let Me Come On Home”: ciò che salta subito all’orecchio è la grande varietà di materiale presente in questo disco e la passione con cui Otis Redding interpreta ogni brano.

Open the Door” e “Don’t Mess With Cupid” seguono la linea rhythm & blues, con la collaborazione del chitarrista Steve Cropper, per poi giungere all’intensa “The Glory of Love”.

Uno dei brani più significativi dell’album è “Tramp”, in duetto con Carla Thomas, seguito da un brano in pieno stile New Orleans: “The Huckle Buck” anticipa la straordinaria e struggente “Nobody Knows You (When You’re Down and Out)”.

Ole Man Trouble”, già presente dell’album “Otis Blue” del 1965, è solo un riempitivo per molti considerato inutile vista la grande quantità di inediti usciti nei due anni successivi alla morte di Otis Redding.


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