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Ippolito Edmondo Ferrario ha 42 anni, per cui la Milano del 1984 non l’ha realmente vissuta, se non attraverso libri, film, testimonianze di chi c’era. Eppure la città che emerge nel racconto di “Ultimo tango a Milano” (Fratelli Frilli Editori, 12,90 euro) non soltanto appare realistica e credibile, ma sembra quasi di vederla, pagina dopo pagina.

E’ l’epoca in cui la metropoli lombarda esce dai duri anni Settanta e si avvia verso il periodo d’oro della Milano “da bere”, del craxismo vincente, degli stilisti e delle sfilate di moda, degli aperitivi a Brera e ai Navigli, della nascente emittenza privata targata Berlusconi.

Ma nel 1984, anno in cui è ambientato il romanzo, siamo soltanto a metà del guado. Milano è ancora sotto il tallone di una malavita potente e pervasiva e l’eroina rimane una delle principali cause di morte dei giovani.

E’ in questo scenario che si muove il nuovo personaggio uscito dalla penna e dall’immaginazione di Ferrario: l’ex maggiore Gunther Sander, origini tedesche ma spirito meneghino, già mercenario in Africa e rapinatore di banche in Francia, un tranquillo presente da gestore di locale notturno un po’ alla Rick Blaine di Casablanca. Tormentato, però, dalla perdita di un figlio ancora piccolo e dall’incapacità di adattarsi a vivere il presente dopo gli anni scapestrati ed emozionanti della gioventù.

A far scoccare la scintilla è la misteriosa uccisione del figlio della portinaia di Gunther, uno studente di 20 anni dall’apparente vita tranquilla, ucciso insieme a un amico in un agguato che sembra una vera esecuzione mafiosa.

Che cosa si cela dietro il brutale omicidio dei due ragazzi? Avevano qualcosa da nascondere? Erano finiti in un gioco troppo grande per loro?

Aiutato da Albert, rapinatore francese ed ex commilitone in Congo, Sander comincerà a svolgere un’indagine privata che lo porterà da piazza San Babila fino agli estremi confini della città, dove la metropoli – all’epoca – sfumava nella campagna proprio come nei romanzi di Scerbanenco.


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