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Molti, almeno fra quelli che hanno frequentato un buon liceo nel passato, conoscono, o hanno almeno sentito una volta il famoso sonetto di corrispondenza di Dante indirizzato all’amico Cavalcanti “Guido i’ vorrei”. Pochi, rari, invece, hanno letto la risposta di Guido , stilisticamente altrettanto perfetta ed emotivamente ancor più struggente. “S’io fossi quello che d’Amor fu degno”. Dove, poi, aggiunge “e la Donna tenesse altra sembianza..”.

Lirica dolente, perché la Donna in Cavalcanti si palesa spesso non come angelo gentile, ma come crudele. Certo resta pur sempre angelica, e Gentilissima, secondo il canone stilnovista. Ma nei confronti del poeta amante appare irrimediabilmente “cruel”. Tema che ritroviamo a tratti anche in Dante. L’atroce scena del “gabbo”, Beatrice che, durante una festa, si fa beffe con le amiche di un giovane Dante che la guarda con occhi da perfetto babbeo innamorato. Scena che manda su tutte le furie Borges,nei suoi straordinari, e originalissimi, saggi danteschi.

Per Dante e Cavalcanti la crudeltà della Donna è però una provocazione, o meglio uno stimolo perché il poeta si adoperi per rendersi spiritualmente degno del suo amore. Della sua attenzione. Che è poi la stessa cosa.
Non è sempre stato così. E soprattutto non lo è, o non sembra esserlo oggi, in quella che chiamiamo vita reale.
La Lesbia di Catullo è volutamente crudele. Chiusa nella stanza con un altro amante, mentre il poeta si dispera. Inveisce, urla. Batte sulla porta e si rivolge alla stessa porta serrata chiedendole di aprirsi. È il “topos” letterario della porta chiusa. Che negli elegiaci diviene manierismo, in Ovidio addirittura paradosso, visto che l’uscio parla ed invita il poeta a trovarsi altra amante. Meno “scorta” possibilmente. Ma che in Catullo è vita, dramma, sofferenza autentica.
Crudele è Angelica in Boiardo e Ariosto, e cinica nel suo trattare gli eroi innamorati.
Crudele per eccellenza è la figura della Marchesa de Merteuil, unico personaggio senza speranza di riscatto delle “Relazioni pericolose” di Cholderos de Laclos.
Crudele la principessa Turandot della favola teatrale di Gozzi, e, soprattutto, del capolavoro musicale di Puccini.
Nello Stil Novo i comportamenti della donna gentile o crudele a seconda dei casi, rappresentano sempre e comunque, una prova per l’uomo.. Serve ad affinare il suo amore. A renderlo degno. Non viene presa in considerazione la donna come personalità reale. Quella non conta. Lo stilnovista guarda all’essere spirituale della Donna, non alla sua personalità terrena.
Questo rendeva tutto in un certo senso più facile. Soprattutto accettare i mutamenti repentini di umore, la dolcezza che si tinge di aspro. Il drastico rifiuto, o peggio il disprezzo dopo il sorriso che sembrava velata promessa. Perché Dante e compagni non si attendevano, appunto, nulla. Non in questa vita, non su un piano di esistenza terrena.
Per noi, oggi, è tutto più difficile. Vediamo la Donna non più come essere, ma solo ed esclusivamente come persona. O per lo meno lo fanno quelli di noi uomini ancora capaci di andare un po’ oltre la pura apparenza fisica. Però nel guardare alla persona della donna commettiamo un gravissimo errore. Pensiamo che sia come noi. Pretendiamo di valutarla come valutiamo gli altri uomini. E non funziona. Perché le donne sono diverse. Infinitamente più dotate di forza dei maschi, dice don Juan, il saggio sciamano yaqui di Castaneda. Ma più aperte, meno compatte. Più mutevoli e ariose. Altra immagine è quella della fiera, la tigre preferibilmente. Abbagliante per bellezza, mansueta a volte, come in Petrarca. Altre volte, improvvisamente e senza ragione apparente, crudele.
Il poeta dello Stil Novo cercava, come i cavalieri Arturiani, di divenire degno dell’amore della Donna. Con la poesia e la finezza di sentire, che equivalevano alla lotta coi draghi. Ma oggi le donne sembrano preferire ai Trovatori delle cattive imitazioni di Bukowski, il poeta più citato da chi poesia mai legge e ancor meno comprende. Dei finti maledetti da birreria di quartiere, che le usano e le gettano come oggetti di consumo. È l’effetto del generale degrado della personalità umana, non più intesa come maschera davanti alla luce dell’essere, ma solo come atteggiamenti, posture ed imposture. Finzioni, o se vogliamo un cattivo teatro, roba da pochad di quartordine. Nel peggiore dei casi, non tragedia, ma granguignol.
Eppure nel dolore di Cavalcanti di fronte alla Donna crudele, si cela ancora la chiave per ridare dignità e livello all’amore. Per riscattare l’uomo dalla sua attuale bassezza. E per liberare la Donna dal drago di cui è prigioniera.


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