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È un romanzo storico, nato da ricerche d’archivio e dettato dall’intento di onorare la memoria dei militari di Charvensod caduti nel corso della Grande Guerra: «per servire la patria».

«Eugène Lucianaz [il più giovane caduto di Charvensod nella Prima guerra mondiale] partì dalla grange de la Visitation al Pont-Suaz ancor prima di diventare maggiorenne [era un “ragazzo del ’99”]. Nonostante la giovane età acquisì il grado di caporale e cadde, sul Monte Solarolo, per ferita d’arma da fuoco alla testa il 13 dicembre 1917. […] I fatti immaginati dal prof. Telloli sono verosimili. I luoghi narrati sono stati effettivamente visti e visitati da Gène dove, grazie ai resoconti dei fogli matricolari, può davvero aver incontrato gli altri Tsarvensolèn citati nel romanzo».

L’Autore ne segue le vicende dalla visita di leva alla morte con atteggiamento, per così dire, oscillante tra la deprecazione per una «guerra priva di senso» e l’ammirazione per il coraggio e talora la spavalderia giovanile di chi mette a repentaglio la vita per un nobile ed eroico ideale: quello di difendere la patria, di «tener chiusa quella porta per difendere la vita di Térése, di papà Geuste, di mamma Prosperine, delle sue sorelle, dei nonni, dei parenti ma anche di tutta la comunità di Charvensod, della Valle d’Aosta, dell’Italia stessa».

La patria comincia dalla famiglia, dagli affetti più cari. L’Italia è più che altro un’astrazione. Il duplice registro è scontato e dipende anche dai punti di vista. Se il sindaco di Charvensod nella sua “Prefazione” insiste sulla «guerra assurda», Carlo Gobbo, vice presidente vicario dell’Ana valdostana, con toni retorici più marcati, pur rilevando «le terribili esperienze» affrontate da «centinaia e centinaia di giovani valdostani», evoca con commozione «tutti quei ragazzi morti per uno straordinario ideale patriottico».

Telloli racconta, senza indulgenze, senza compiacimenti, calandosi nei panni e soprattutto nell’animo del protagonista, sospeso tra il richiamo (e il ricordo) del paese natìo, dei familiari e della fidanzatina e il vario spettacolo che via via si dipana sotto i suoi occhi alternando momenti e aspetti seducenti ad altri sconvolgenti e traumatici, che alimentano in lui sinistre premonizioni.

Così, se durante il viaggio in treno verso il fronte il giovane (e non solo lui) rimane rapito dal sorgere radioso del sole all’orizzonte e dalle evoluzioni degli aeroplani, ad allarmarlo sono alcuni incontri che gli s’imprimono nella mente come presagi funesti: a Thiene, «durante una sosta più lunga delle altre, Gène si ritrovò ad incrociare lo sguardo con quello di un moribondo, sdraiato sulle assi di un vagone del treno fermo nel binario accanto al loro. Gli occhi, di un azzurro allucinato, dicevano tutta l’impotente sofferenza di un ragazzo come lui». Quegli occhi gli torneranno in mente quando, poco prima di morire, sul Solarolo si sorprenderà «ad incrociare, proprio davanti alla canna del suo fucile, lo sguardo di due occhi azzurri che lo fissavano vuoti e freddi, le pupille dilatate dall’adrenalina». Gli occhi del suo uccisore.
Altri due episodi, però, segnano inquietanti il suo «percorso verso il Nulla»: l’apparizione improvvisa di «una schiera di croci improvvisate, allineate alla bell’e meglio a destra del loro passaggio», che parevano «tendere le braccia verso la colonna, in particolare verso ciascuno di loro», e , più avanti, durante la dura salita verso la malga Cosmagnon, la visione di un commilitone trascinato nel vuoto dal mulo colpito da un kaiserjäger. La prima ha il potere di spegnere l’allegria spavalda di un canto di guerra, mentre la seconda, vale a dire l’immagine «calcinata dalla luce di quel mulo, di quel carico, di quell’alpino [si noti l’efficacia degli iterati deittici] stecchiti in fondo alla petraia» continuerà ad ossessionare Gène. Il quale per tacitare l’angoscia non trova di meglio che rifugiarsi nel ricordo di casa, del suo mondo contadino, dei suoi affetti. Di ciò che ha ancora la forza di dare un senso alla sua vita e di schiudergli qualche speranza di fronte a tanto orrore. Di qui la frequenza dei flashes-back, inteneriti dalla nostalgia.

Ma è una speranza insidiata, venata, appunto, da cupi presentimenti.
Del resto, fin dall’avvio il lettore è informato, per via di sporadiche anticipazioni, dell’esito tragico del romanzo: segno evidente che la sua ragion d’essere è un’altra, altrove. Cruciale e centrale ci sembra al riguardo l’incontro di Gène con padre Giorgio da Riano, il frate che si è offerto di fare il cappellano militare in prima linea per condividere la vita dei tanti giovani gettati nella fornace ed aiutarli a superare una tragedia, che lui sa destinata a restare aperta nel loro cuore «come una ferita sanguinante per tutta la vita».

A Gène che gli dice: «Cosa ci faccio, cosa ci facciamo così lontani da casa a vedere tutta ’sta sporcizia, ’sto marciume, ’sto dolore, senza senso?», e gli confessa di andare via via perdendo ogni residua speranza e perfino la fede in Dio che la madre gli ha insegnato, il frate risponde di ritrovarsi nei suoi dubbi: «In realtà tu sei anche il mio, di specchio; voglio confidarti che di tutta la mia teologia, di tutte le mie certezze qui non trovo quasi più il senso. Siamo in tanti a sentirci incapaci, impotenti, condannati senza una ragione!» Egli non sa più dove sia Dio in quell’«orrore infinito» e nondimeno a tanto orrore riesce ancora a dare un significato nel condividere le sofferenze e le paure dei soldati che incontra in ospedale, in ambulanza, in trincea, nel tenere la mano di un moribondo, nel chiudere gli occhi sbarrati di un caduto. Solo «nella condivisione» egli riesce a trovare «un poco di sollievo».

Allo stesso modo Gène trova nella corrispondenza con i suoi cari lontani un conforto e una consolazione, sebbene la censura vigili e renda oltremodo problematico anche quel colloquio a distanza. È questo un altro degli aspetti incresciosi su cui indugia il libro, al di là della vita di trincea, sudicia e avvilente, degli assalti cruenti, senza frutto e senza storia, delle decimazioni decretate dai supremi comandi, del terrore dei bombardamenti, dello strazio dei morti e dei feriti, delle condizioni estreme di chi in alta quota patisce il freddo e la fame. Delle stesse pause consumate nelle osterie e nei bordelli. Quando nemmeno la vicinanza dei compaesani, altre volte amata e ricercata, riesce a scardinarti dalla tua solitudine, a supplire al venir meno di ogni certezza e di ogni speranza.

Lo sfondo è quindi apocalittico, degno di un viaggio al termine della notte. Dove tuttavia, oltre all’eroismo, magari involontario, dei soldati, brillano residui e persistenti barlumi di umanità. Non ultima la pietas del ricordo. E con essa il richiamo alla piccola comunità di appartenenza, alle radici, alla lingua di casa, di cui Telloli non manca di farci sentire gli echi e la fragranza evocativa con calibrati innesti lessicali del suo patois nel tessuto prevalentemente italiano del romanzo.

Giancarlo Telloli, Gène e gli altri. Al confine della notte, Edizioni Vida, Gressan 2019


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