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Il più scommesso era Plutarco. Il più temuto Demostene.
Non usciva dal 2012 ed è toccato in sorte di nuovo ai maturandi del 2018: per la seconda prova di maturità dell’indirizzo classico, il MIUR ha scelto Aristotele.

Il Ministero non è stato clemente: a greco (la più ostica delle due lingue antiche), per di più con commissario esterno, ha sommato un brano di matrice non letteraria bensì filosofica di un autore di cui si traduce poco in classe.

Se quattro anni fa la versione era tratta da Storia degli Animali, quest’anno il brano scelto è risultato essere un estratto dalla ben più famosa Etica Nicomachea. Una fortuna, per certi versi, considerato che la trattazione del tema dell’amicizia in Aristotele è compresa nel programma di filosofia (anche se nel primo anno del triennio).

Una sintassi difficile e addirittura un’inserzione omerica: rispetto al Seneca da ginnasio dell’anno scorso, di certo non ci è andata di lusso.

Orientarsi conoscendo il pensiero ha rappresentato l’unico aiuto concreto.

Infarcito di moralismi tanto quanto le tracce della prima prova, l’intero passo verte sul concetto di filìa (nell’accezione più ampia del termine): oltre all’amicizia in funzione dell’utile e del necessario, nell’Etica Aristotele individua quella per virtù. Di quest’ultima ha trattato la prova di maturità, concentrandosi sul ruolo consolatorio dei cari nelle sventure, immanente tra consanguinei, fraterno verso gli altri uomini e ancora su una lode del filantropismo.

Chi in questo Aristotele riconosce un promotore dell’uguaglianza, tuttavia, dimostra di non conoscere il pensiero del filosofo (“taluni sono per natura liberi, altri schiavi, e […] per costoro è giusto essere schiavi”, scriveva nella Politica I): un testo così, astratto e preso in esame a sé stante non può che proporre una lettura revisionata dell’autore.


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