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Augusto Grandi, Show down. La resa dei conti, Eclettica Edizioni, Massa 2018.

Il linguaggio è quello, disinvoltamente triviale, del milieu popolare e piccolo borghese torinese (e non solo), ma la verve umoristica è quella di uno scrittore di razza, che fa della «leggerezza» il proprio obiettivo.

«Leggerezza» in questo caso vuol dire anzitutto leggibilità, chiarezza e immediatezza di stile, ma è anche una maniera di fare satira e di trattare con apparente distacco, quasi con garbo, una materia a dir poco ignobile.

Grandi non fa il moralista e non si indigna più di tanto dinanzi alla volgarità che rappresenta o, meglio, rispecchia nei suoi romanzi: una volgarità che ormai fa parte della nostra stessa vita, ci sfiora e ci coinvolge di continuo. Volenti o nolenti.

Il mondo è una suburra, come bene illustra la foto di copertina di questo ultimo romanzo, con un tratto di via cittadina ingombra di rifiuti, insozzata da scritte murali di varia misura e di vario colore, percorsa da rari e indifferenti passanti.

Ma nessuno di noi può chiamarsi fuori, a meno di non vestire i panni del radical-chic o dei Verre di turno che, per non sentire la puzza del mondo in cui pure vivono, sogliono portare al naso una reticella ricolma di petali di rosa.

È questa la massima forma di ipocrisia, perché non c’è maggior sordo di chi non vuol sentire né maggior cieco di chi non vuol vedere. E, per non dover fare i conti con la realtà, si limita a dire che tutto va ben, madama la marchesa.

Siamo a Torino, alla vigilia delle elezioni municipali. La città è in piena crisi, le aziende chiudono e licenziano, i cervelli fuggono, i poveri aumentano.

Soprattutto tra i poveri delle periferie, c’è «rabbia, frustrazione, rancore. Odio nei confronti dei padroni che chiudono o degli immigrati che rubano il posto perché si accontentano di salari da fame e pure in nero».

Cresce l’esasperazione «nonostante il servilismo dei giornali locali».

Il “Sistema Torino”, che da circa un trentennio governa la città, è «un intreccio di politica, affari, commesse, incarichi, affari vari. Il tutto ammantato da un velo di cultura, sempre la stessa».

Per fronteggiare la crisi – a sentire la gente – si limita a organizzare «corsi di formazione per gli stranieri, corsi di italiano per gli stranieri», ad offrire alloggi popolari agli stranieri, che, a differenza degli italiani, vengono curati gratis e si prendono i posti negli asili nido e nelle scuole materne.

Insomma, la città «fa schifo».

Eppure, i giornaloni asserviti al Sistema non lesinano «lodi sperticate nei confronti dell’amministrazione uscente, capace di trasformare la città in un paradiso terrestre ambito da tutti gli abitanti del pianeta».

Mancano gli alieni e il quadro sarebbe completo.

È in questo contesto che si mobilitano le forze politiche, vecchie e nuove. Tra le più nuove, il partito delle 3 lune e quello del Risorgimento torinese, spalleggiato da improbabili movimenti quali il Maimovimento anziani italiani») e il FLTSM (acronimo di «finocchi, lesbiche, trans, sado e maso»).

Ma la semplificazione politica, questa volta, sembra lasciare pochi spazi di manovra: da una parte stanno i ricchi tutelati dal sistema e i loro «servi», dall’altra gli esclusi, mentre la via di mezzo si è estremamente assottigliata.

Eppure la campagna elettorale è una tentazione troppo forte per chi ama la visibilità ed è affascinato dalla prospettiva del potere.

Ecco, dunque, tornare in scena una nostra vecchia conoscenza: Dario Lo Gatto, «un politicante di quarta fila», già visto all’opera, peraltro senza successo, nel romanzo Razz. E con lui la fauna del grottesco sottobosco politico che gli faceva allora da contorno.

Certo molto è nel frattempo cambiato, a cominciare dallo stesso protagonista, che è, sì, rimasto un impenitente «puttaniere», ma, non avendo più molte cartucce da sparare, spera di riguadagnare il fascino perduto grazie al potere.

«Meglio comandare che fottere», si dice infatti per convincersi. Anche perché per fottere deve ormai aiutarsi col viagra.

Di umili origini meridionali, egli a Torino si era decorosamente sistemato: come amministratore di condominî aveva fatto i soldi ed aveva quindi ceduto l’attività al figlio, che, messa la testa a partito, si era sposato con una brava ragazza. Divenuto nonno, Dario si divertiva ora a portare a passeggio il nipotino nei giardinetti. La sua vita si era per così dire «normalizzata» in un tranquillo tran tran, anche familiare, a scuoterlo dal quale giunse però inopinato l’incontro con una «vecchia carampana» che, con perfidia degna del Franti deamicisiano, sorridendo, mandò in frantumi ogni sua superstite presunzione (o illusione) di giovinezza.

L’amara rivelazione gli venne sùbito dopo confermata dalla moglie, una «donna intelligente» che era passata sopra alle scappatelle sessuali del marito e sapeva come prenderlo, con sano realismo.

Non sapendo rassegnarsi ad avere un grande avvenire (si fa per dire) dietro le spalle, il cavaliere Dario meditò allora di rientrare in politica e di riprendere «la battaglia per la riconquista del potere. E pazienza» – è il controcanto del narratore – «se c’era poco da riconquistare perché il potere l’aveva sempre e solo sfiorato». Le imminenti elezioni comunali venivano a fagiolo.

Dario è, per certi versi, un personaggio fantozziano, seppur meno candido e più cinico dell’antieroe di Villaggio. La sua passione politica non è supportata da alcuna idealità e nemmeno da una chiara coscienza dei propri limiti. Ma, d’altra parte, egli è, in questo e nel suo muoversi tra figure e figuri non sempre rassicuranti, un prototipo credibile dei tanti maneggioni e mestieranti che, senz’arte né parte, si agitano e si accalcano sgomitando nell’odierno agone politico «per uno strapuntino di potere».

E magari si credono – come Dario – dei grandi statisti o, se non altro, degli uomini di successo. Quando in realtà non contano nulla. I loro limiti sono anzitutto culturali, per cui vanno incontro con nonchalance a spassose gaffes che il narratore non manca di rilevare.

Così, ad esempio, la spada di Damocle diventa «la spada di Ercole» o «di Pericle», la battaglia della Beresina è travisata in quella «della Bernina» o «della Berrettina», la corte dei miracoli nel «cortile dei miracoli»…

Il controcanto assiduo del narratore, che si premura ora di correggere ora di puntualizzare le asserzioni o i pensieri del suo personaggio, funge insomma da ironico commento: come un Sancio Panza che di continuo richiamasse don Chisciotte alla realtà.

La comicità del personaggio è tutta nel divario tra l’alta concezione che egli ha di sé e la sua effettiva mediocrità.

Occorre tuttavia precisare che, rispetto al romanzo precedente, il nostro “eroe”, con sua stessa sorpresa, forse per effetto dell’invecchiamento, si scopre qui più umano (e generoso): capace cioè di commuoversi, tanto nei riguardi della moglie quanto dell’amante, una signora non più giovane che lo conquista con la sua affezione sincera e discreta.

È proprio grazie alla relazione – non solo sessuale – con Giovanna, una donna ancora piacente con un figlio handicappato, che Dario, con l’aiuto di due intraprendenti collaboratori di Electo radio, riesce a sdipanare un giallo che s’innesta a un certo punto, con naturalezza, sull’intreccio del romanzo, complicandolo quel tanto che serve ad incrementarne la suspense, non certo garantita dalla sola contesa elettorale. La quale ha un esito per così dire scontato, dal momento che, nonostante le contraffazioni che a un romanzo si addicono, al lettore avvertito riescono evidenti i riferimenti alle ultime elezioni torinesi che, spazzando via il Sistema, hanno visto trionfare i 5 stelle.

A chi sa leggere tra le righe non sfuggiranno i numerosi ammicchi disseminati nel racconto. E nemmeno una sorta di arguta autopromozione dell’Autore nei riguardi della “sua” Electo radio, la cui corretta informazione è contrapposta alle «menzogne del solito quotidiano» e alle «palle del tg».


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