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Il libro ricostruisce le tragiche e rocambolesche vicende di Bruno Bertoldi, nato nel 1918, «da profugo», in un campo di concentramento austriaco e quindi cresciuto a Castelnuovo Valsugana: «con un destino da militare».

Il paese gli resterà nel sangue e ad esso, costantemente, il giovane sergente tornerà con la memoria, come a un ineludibile punto di riferimento. Castelnuovo, col suo paesaggio dolomitico che in certe ore del giorno si colora magicamente, maliosamente, di rosa («enrosadira»), resta la stella polare, il luogo degli affetti: l’Itaca a cui il protagonista, più si dilunga, nel tempo e nello spazio, la sua odissiaca peregrinazione, più aspira a tornare.


Ebbene, al centro della narrazione è proprio la storia avventurosa di un eroe malgré lui, preso nel giro di un cataclisma più grande di lui e degli stessi uomini che con irresponsabile leggerezza, vuoi per insana volontà di potenza, vuoi per mero opportunismo, l’hanno improvvidamente evocato o scatenato. Di qui l’impressione di «un viaggio oscuro e sconosciuto […] intrapreso da tempo senza neppure capire fino in fondo il perché».

Bertoldi dalla sorte è sbalestrato da un capo all’altro dell’Europa: dall’Albania alla Grecia, dall’Ucraina alla Bielorussia, dall’infernale gulag di Tambov a quello di Taškent. A Cefalonia, prima di essere catturato, è sgomento e impotente testimone dell’eccidio dei militari della Divisione Acqui perpetrato, su espresso ordine di Hitler, ma anche per la cinica insipienza del governo Badoglio, dagli ex alleati tedeschi.

La sua esperienza nell’isola è double face: il controllo militare di Cefalonia ha qualcosa di idillico: ha il sapore di «una vacanza indefinita, piena di sole, di verde, d’affetti e di malinconia».

«Non c’erano né ombra, né profumo, né puzzo di guerra, su quell’isola», che sembrava un puerto escondido dove i soldati italiani aspettassero «la fine del conflitto con il profumo dell’estate tra le labbra, amati e rispettati dai greci, coccolati dalle loro donne, stregati dai loro segreti, affascinati dai partigiani dell’Elas sulle montagne, accarezzati dai loro miti, dai loro venti e dai loro mari». E lì Bertoldi stringe amicizia con una famiglia di pastori, che lo adottano quasi come un figlio, anzi al posto del loro figlio partito per la guerra, senza più dare notizie di sé. Taxin, il vecchio pastore che saltuariamente lo ospita, lo inizia al potere consolatorio della bellezza e, partendo da una frase di Eschilo – “S’impara soffrendo” – al valore formativo della sofferenza. Un viatico che egli porterà sempre con sé e che, innestato sull’eredità materna di una fede tenace, lo aiuterà a superare indenne anche i frangenti più drammatici della sua via crucis. A non disperare.

Nella calma che regna sull’isola c’è nondimeno alcunché di paradossale, tanto che va via via lievitando «la sensazione beffarda che la serenità apparente e infingarda» possa «essere infranta improvvisamente e qualcosa di molto brutto» possa «accadere da un momento all’altro». E il sogno, in effetti, si trasforma in un incubo.

L’autore, che attinge con intelligenza dall’Archivio Privato di Bruno Bertoldi, ha l’accortezza narrativa di prefigurare gli eventi giocando sull’effetto di suspense innescato dal reiterarsi di un «sogno premonitore»: un incubo, appunto, che, fin da tempi non sospetti, va assiduamente inquietando il protagonista, il quale in esso, ad un certo punto, si trova davanti tre tedeschi, con i mitra spianati, uno dei quali lo minaccia di morte. Prima che egli, di colpo, si risvegli, interrompendo la visione, che resta pertanto incompiuta. E lo riempie di ansia. Fino a che la realtà non s’incaricherà di svelargliene il senso, a sorpresa: con il ritrovamento dell’amico perduto.

Bertoldi capisce allora che nel caos della storia, a intermittenza e a saperli cogliere, fanno irruzione dei «segnali divini»: come gli spiega, facendo riferimento alla sapienza greca e ad esempi biblici, l’amico Taxin. D’altra parte, non prende avvio la storia di Bertoldi da «un segno del cielo», da una breve lettera della moglie, casualmente ritrovata «in una fenditura della libreria della cucina», accanto a un libro di poesie di Ungaretti? Una lettera in cui ella lo incoraggiava a condividere con i giovani la sua incredibile storia, a portarla fuori dai suoi confini, a seminarla nel mondo. Perché non restasse vana, perché desse frutto. Secondo l’insegnamento che proprio Ungaretti aveva scolpito in una sua lirica: «Qui / Vivono per sempre / Gli occhi che furono chiusi alla luce / Perché tutti / Li avessero aperti / Per sempre / Alla luce». Parole che bene spiegano le finalità di questa biografia romanzata, e diciamo “romanzata”, non perché inventi o snaturi, con fictional arbitrio, la sostanza reale degli eventi, bensì perché la invera, in quanto la vita di Bertoldi è di per sé, naturaliter, un romanzo: una progressiva descensio ad inferos, solo al termine della quale, più morto che vivo, egli torna a «riveder le stelle».

Il viaggio di Bertoldi dai campi di concentramento tedeschi ai gulag sovietici è davvero un “viaggio al termine della notte”, ai confini estremi dell’umanità e della barbarie, nel corso del quale, oltre alla degradazione animalesca, oltre alla ungarettiana fraternità che, in un patetico crescendo, lo stringe ai suoi compagni di sventura e oltre perfino alla «pietà di un maresciallo nazista» frammezzo alla sadica ferocia d’infernali scherani, egli sperimenta più volte la morte e la resurrezione. Come quando, fuggito dal Lager, stremato dagli stenti e dalla fame, s’immerge nelle acque di un torrente silvestre: «L’acqua lo aprì e lo protesse come un telo funebre, una sindone trasparente di un uomo che quella notte era morto e che in quell’alba di bruma aveva iniziato a rinascere».

Un senso di rigenerazione gli dà anche l’estate alla macchia in compagnia dei rudi partigiani polacchi. E sebbene quel viaggio «nei luoghi più estremi della terra e dell’abisso dell’uomo» finisca per stravolgerlo e per annientarlo, egli séguita nondimeno a tener fede alla sua coscienza di uomo e trova in se stesso, nelle sue risorse morali, nell’astenersi dai “riti bestiali” e dall’“esercizio demoniaco” dell’antropofagia cui altri sciagurati, spinti dalla fame, si lasciano andare, la forza di rinascere, di ritrovare un destino. E, con il destino, uno scopo, una missione.

L’«uomo nuovo» che alla fine approda a casa, la notte di Natale, si sente investito del compito di riscattare dall’oblio e dalla morte tutti quanti gli «uomini che aveva visto spegnersi durante il suo lunghissimo viaggio, i loro sogni, le loro promesse e le loro sconfitte, i pellegrini incrociati lungo la via, i soldati caduti, i pastori di alcune montagne, i prigionieri lasciati seppellire dal fango, i compagni persi nelle foreste e nelle steppe, ora carezzati dalla pioggia, dal vento, consolati dalla neve».

Anche Bertoldi, nel salire il suo golgota, si era spesso interrogato sull’assenza o sulla distrazione di Dio, ma senza mai perdere del tutto la speranza. E come aveva tenuto duro, in un totale ripudio della guerra e in una strenua difesa della propria italianità, dinanzi agli allettamenti dei tedeschi che volevano arruolarlo e perfino dinanzi agli inviti dei partigiani polacchi a passare dalla loro parte, così dinanzi all’abiezione del gulag – che per altri è la riprova dell’inesistenza di Dio o la dimostrazione che l’inferno non va ricercato nell’Aldilà – la sua fede in Dio non viene mai meno. Anzi, al Dio del Golgota, massacrato dall’uomo, non ha mai cessato di rivolgere le sue preghiere. Come dice a un compagno di sventura: «È nell’uomo o in quel che resta di lui […] che io ho perso la fede, non nel Dio che mi riporterà a casa».

Di qui la sua forza. Che lo fa talora indugiare e riflettere alla ricerca di quei “segnali divini”, di quelle singolari coincidenze o di quelle “epifanie” di cui la sua stessa vita si sostanzia. Anche quando, de profundis, attorno a sé non scorge che buio e desolazione. E, sarà un caso, ma in extremis, quando tutto sembra perduto, quando lui stesso si sente perduto, ecco il colpo di scena, il “miracolo” che lo salva.

A parte la maestria narrativa con cui Boni ripercorre le drammatiche vicissitudini di «un eroe qualunque», a colpire il lettore è l’identità, pressoché assoluta, tra le due esperienze concentrazionarie: quella nazista e quella sovietica. Anzi, se si tiene conto delle pretese umanitarie del bolscevismo, l’atrocità dei gulag fa aggio su quella dei Lager. E ben lo sapevano i comunisti italiani che «con tono minaccioso», ai tempi dell’attentato a Togliatti, intimarono a Bertoldi «di non raccontare mai e poi mai a nessuno ciò che aveva vissuto in Unione Sovietica».

FILIPPO BONI, L’ultimo sopravvissuto di Cefalonia, Longanesi, Milano 2019.


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