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Se Cristo si è fermato a Eboli, Cupido si è fermato a Pozzallo, la cittadina siciliana dove Pietro Fronterrè è nato.

Emigrato al Nord, a oltre mezzo secolo di distanza egli ha sentito l’intimo bisogno di ritornare, sentimentalmente e idealmente, al paese della sua infanzia, scelto come sfondo di una trilogia narrativa di cui “Mi” cantino è l’ultimo atto.

Sono tre storie diverse, se pur tra loro concatenate, come rivela il saltuario ricorrere di taluni personaggi e di riferimenti legati alle loro vicende. Le tre storie hanno peraltro un comune – e dichiarato – denominatore: l’amore. Ed hanno – come già si è detto – una comune, e non certo casuale, ambientazione. A ben vedere, Pozzallo non è soltanto uno sfondo, bensì un luogo dell’anima, un locus amœnus che svolge un ruolo fondamentale nel romanzo. Se la Torino gozzaniana si connotava come «città favorevole ai piaceri», qui la cittadina sicula, così assolata e luminosa, con i suoi blandi ritmi di vita e con il suo clima mediterraneo, propizia, a quanto pare, l’insorgere dell’amore. In tutti i suoi aspetti.
A Pozzallo, nonostante il caldo talora eccessivo che l’assimila ad una «caldera vulcanica», «si vive bene», fors’anche per la sua dimensione provinciale: il clima è rilassante, la gente amabile, per quanto un po’ invadente e pettegola, e la suggestiva combinazione di arte, storia e natura la rende incantevole: un autentico «paradiso». Soprattutto se paragonata a Milano, che, con la sua congestione urbana e con il suo «caos», ne è l’antitesi, al punto da assumere a tratti caratteri infernali: da «città morta».

Alla nebbia, al freddo e al gelo che la rendono uggiosa e odiosa si contrappongono la luce, il sole e il calore vitale di Pozzallo. Ma l’antitesi è in realtà più radicale, ove si pensi che Marco Alessi, il protagonista e l’io narrante del romanzo, è uno scrittore di successo in piena crisi creativa. Alle spalle ha una copiosa produzione narrativa, ma anche un divorzio: è solo, spesso depresso, a tal punto assorbito dal lavoro da non avere più tempo per sé. Il successo ha dei costi terribili: in cambio del denaro e della fama richiede dedizione assoluta, impone ritmi disumani, alienanti. Marco è così assoggettato all’«assillo del tempo che scorre», all’incalzare delle consegne, delle promozioni, delle interviste, dei viaggi massacranti. Ebbene, questa vita frenetica e affannosa, sul modello americano, è qui emblematicamente incarnata dalla città di Milano.

È quindi ovvio che lo scrittore in crisi ambisca ad «un altro modo di vivere», ad una vita senza sussulti e senza stress. E Pozzolo, cittadina ancora a misura d’uomo, è dunque il luogo che fa per lui. Affascinato dall’avvenente Michela, dalla sua grazia sensuale e dalla sua spontaneità quasi infantile, egli ritrova qui la pace e la serenità. L’amore per la giovane è pura e incontenibile passione: una sorta di “riposo del guerriero” che gli consente di liberarsi da un passato difficile e opprimente. E di “ricaricarsi”. Michela ha una bella voce ed ama cantare, in particolare le canzoni di Lucio Battisti. Una di queste, La canzone del Sole, in gran parte costruita sul “mi cantino” ha un eccezionale potere evocativo: è la voce di un’intera generazione e, come tale, risveglia tutto un mondo di ricordi e di emozioni. Incanta e commuove.

Nondimeno lo scrittore ha bisogno d’altro: l’ardore sensuale che Michela gli ispira non basta a sbloccarne la vena creativa. La donna non ha alcun interesse per la cultura e, lungi dal condividerne con lui le problematiche, arriva a odiare «ciò che è tipico del suo lavoro». Lo vede come un intralcio o, peggio, un ambito per lei off limits da cui si sente esclusa.

È pertanto fatale che nel varco aperto si insinui gradualmente e quasi senza parere un’altra donna, un’insegnante di scuola amica di Michela, che dello scrittore diventerà amante e consolatrice, moglie e consigliera. La donna giusta per lui, insomma: «il porto» per la sua vita tempestosa. Grazie a lei egli riuscirà a portare a termine il suo capolavoro letterario, un complesso romanzo sulla peste manzoniana che gli varrà da viatico al premio Nobel.

La storia, come si vede, sembra ricalcare uno schema classico: quello che, sulla scia de Il piacere dannunziano, contrappone la donna sensuale alla donna spirituale. Solo che qui l’amore carnale non esclude quella che i romantici chiamavano «religione di cuori amanti»: tra l’una e l’altra tipologia si sviluppa insomma una specie di complementarità. L’amicizia tra le due donne non si interrompe, anzi Martina, la figlia che Marco ha avuto da Michela, trova in Carla una seconda madre. E quando, in seguito ad un incidente stradale, lo scrittore resterà vedovo, Michela, maturata dagli eventi, sarà al suo fianco e, senza scosse, darà continuità al ménage familiare. In tutta naturalezza.

Ma se questa, grosso modo, è la trama del romanzo, non passa inosservato il tema del destino, che trascorre ed anzi innerva l’intera trilogia. Ce ne accerta la citazione pavesiana che funge da explicit: «La vita non è ricerca di esperienze, ma di se stessi. Scoperto il proprio strato fondamentale, ci si accorge che esso combacia col proprio destino e si trova la pace».

In fondo, a sostentare la tenacia di Michela, che si ostina, nonostante tutto, a non dimenticare Marco è la convinzione che «c’è sempre qualcosa di imponderabile» che può da un momento all’altro cambiare gli eventi. Basta aspettare e sintonizzarsi su questa forza misteriosa cui spetta sempre l’ultima parola. Per lei significa maturare. Ma anche in Marco alla fine affiora il sospetto che la vita si limiti ad assecondare le stagioni adattandosi al loro variare. E per quanto il piano del destino si sviluppi per vie segrete, non mancano di quando in quando spie e segnali che le rivelano.

Così egli interpreta, a posteriori, l’equivoco in cui era caduto il giornale locale quando, al suo arrivo a Pozzallo, aveva scambiato per Carla la «fantomatica destinataria» di un suo messaggio, che era invece Michela. Forse non si era trattato di un qui pro quo, bensì di una premonizione, perché tutto è già scritto nel «libro del destino», che non è poi così «immaginario» come, non senza una punta di ironico scetticismo, credeva Carla. Il senno di poi induce all’amor fati e a rappacificarsi con se stessi. Peccato che, al pari della hegeliana nottola di Minerva, compaia solo sul far del crepuscolo. Quando spesso è troppo tardi.

Venerdì 20 settembre, alle ore 18, a Cassine, nella chiesa di San Francesco, avrà luogo la presentazione dell’ultimo romanzo di Pietro Fronterrè, “Mi” cantino. Seguirà, nel vicino oratorio di San Bernardino, una merenda senoira.

Pietro Fronterrè, “Mi” cantino, Intrecci Edizioni, Roma 2019.


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