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Sto pensando ad Orazio. Al poeta latino, intendo. Non il personaggio disneyano, l’attivissimo cavallo antropomorfo rivale di Pippo per le grazie di Clarabella…

Orazio è un grande poeta, certo. Anzi, grandissimo. Ma ho sempre stentato a capirlo. E soprattutto ad amarlo. Lo sentivo lontano. Alieno. Un mio vecchio professore, avevo solo diciotto anni, mi disse: “Aspetta. Con il tempo comincerai a capirlo…”.

Beh, è vero. Con il tempo, gli anni, l’incanutire dei capelli, il mio rapporto con il grande poeta di Venosa è decisamente migliorato. Ma non è mai divenuto amore. Ho continuato a preferire Virgilio, Properzio… Ovidio soprattutto. Ed anche, lo confesso, Catullo, che pure è poeta della giovinezza. E delle passioni tormentate e turbinose. Il contrario di Orazio, del suo sorridente distacco, dell’ironia lirica che pervade i suoi versi… In sostanza ho sempre condiviso il, fulminante, giudizio di Pound. Leggete Orazio, e imparerete tutto sulla poesia, tranne che ad essere poeti…

Ma in queste ore, in questi giorni allucinanti e allucinati, con la paura che si respira, come miasma, nelle vie vuote, Orazio mi è tornato in mente. Dei versi, credo dalle Epistole. Dove dice che, più o meno, vado a memoria : tu non riesci a vivere perché sei divorato dall’angoscia. E non sai sfruttare il tempo. E ti stordisci con il vino e il sonno….

Sembra scritto ora. E, invece, è l’età augustea. L’angoscia è molto peggio della paura. La paura ha un oggetto ben determinato. L’angoscia è qualcosa di innominabile, indeterminato. Che ti divora dentro. Leopardi e Kirkegaard lo sapevano bene.

Quella di queste ore non è paura del coronavirus. Della peste. È molto peggio. È un’angoscia cieca e muta, che si è insinuata nelle relazioni tra gli uomini. Che li sta rendendo schiavi che, alla lunga, farà più danni e morti della pandemia.
Perché quando ci si riduce, o ci si lascia ridurre a zombie – i morti viventi che tanto attraggono bambini dell’età di mio figlio – è difficile, poi, tornare uomini. Per strada quasi non si salutano. Hanno paura del contagio, anche a distanza. In realtà i rapporti, superficiali, su cui si fondava il nostro cosiddetto vivere sociale, sono saltati in pochi giorni. Hai un bel cantare in coro alla finestra. In realtà sei solo. E, come dice Orazio non hai il coraggio di affrontare la solitudine. O te stesso. Che è poi la stessa cosa.

Certo, c’è la famiglia. Ma questa forzata convivenza h 24 farà esplodere tensioni e contraddizioni nascoste sotto la sabbia. La famiglia è il luogo privilegiato del tragico, per gli antichi greci. Che avevano, in buona, sostanza, capito tutto. E l’atmosfera claustrofobica di questi giorni sembra quella di un dramma di Pirandello. Che dei grandi tragediografi è stato il vero erede…

E verrebbe voglia di fare come il suo Enrico IV. Fingersi folli, per rifugiarsi in una realtà alternativa. Dove tutto, anche il dolore e la morte è stato già scritto. E quindi non genera più inquietudine. Non lascia spazio vuoto, ove l’angoscia possa insinuarsi.

Torno a leggere Orazio.Ahimè, Postumo, Postumo, Irrefrenabili fuggono gli anni…

Già. Tutto scorre. E tutto questo passerà. Ma chi ha perso se stesso in poche ore, fatichera’ a ritrovarsi. E noi, come singoli e come collettività, abbiamo perso moltissimo..

E ora sento che cantano l’inno di Mameli dalle finestre. Non è un granché. Non lo è mai stato. Con buona pace del giovane Goffredo, caduto da eroe… Che poi forse non era neppure lui l’autore, ma il suo maestro, Padre Cannata… Un prete patriota…

Vabbe’, torniamo a leggere. Qualcosa che tiri su il morale… Che so, Sherlock Holmes o Woodhouse…


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