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Ingannare il tempo… Sembra essere divenuto l’imperativo, categorico, di questi (strani) giorni. Basta scorrere fb.

È tutto un proliferare di giochi di società riscoperti in soffitta, dal monopoli al gioco dell’oca, di karaoke domestici improvvisati in tenute improbabili, di ricette della nonna rivisitate da chef che, sino a ieri, si nutrivano di precotti…

Senza dimenticare i flash mob che scandiscono la giornata, tutti in terrazza ad applaudire… Tutti a cantare Mameli, Tanto pe’ canta’, Azzurro…. Tutti a suonare, se si ha uno strumento, o, tra un po’, a battere i cucchiai sulle pignatte….

Poi, però, si rientra in casa. E l’allegria fasulla s’infrange nell’inferno della solitudine. O in quello, ben peggiore, della coabitazione forzata. A crisi finita, gli unici che non avranno problemi di lavoro saranno psicologi e avvocati divorzisti. Oltre ai dietologi.

Ci sono quelli che leggono. Pochi in verità. Perché leggere non è un’abitudine che si improvvisa. È una pratica che deve essere antica. Usuale. Organica.

Il vero lettore è colui che, in situazioni straordinarie, non legge. Rilegge. Ritorna su opere già frequentate, per scoprire qualcosa che gli era sfuggito. Per riannodare i fili di un dialogo sospeso. La notte che, d’improvviso, morì mio padre, vegliai rileggendo il Don Camillo di Guareschi. Vi trovai quiete e serenità. Al di là del l’apparente semplicità, una filosofia profonda. Il senso autentico del vivere.

Una mia Amica mi dice che sta rileggendo Tolstoj. Guerra e Pace. Grande storia e grandi passioni. Natasha e Andrei. Piotr…un labirinto. Lo sono sempre i grandi romanzi russi. Un modo perfetto per perdersi e ritrovarsi. Come Stelio Effrena e la Foscarina nel Labirinto di Stra’. Che rileggo in queste ore. Dovrei spiegarlo, didattica online, ai miei allievi. Ma questa è solo una scusa. È per me stesso che lo faccio…

Ingannare il tempo…
Ascoltare musica. Trovo The dark side of the Moon. I Pynk Floyd. Poi Mozart. Così fan tutte. Il primo mi porta lontano. Nel tempo e nello spazio. Mi dà ali per volare. Il secondo mi rasserena. Un tessuto sottile di luce scintillante. L’emozione estetica come veicolo per purificare l’anima dai troppi tossici che le vengono propinati in queste ore. E non penso al virus , sia ben chiaro.

Ma il tempo non si può ingannare. Kronos è insaziabile, e divora i suoi figli. La stessa radice del nome evoca il Corvo. Sacro a Odino, si pasce di cadaveri, ed è legato alle vie che conducono nel Regno dei Morti.

Possiamo solo ingannare noi stessi. O lasciarci ingannare, rifiutando, poi, di scuoterci dall’incantesimo. Perché è più facile ingannare gli uomini che convincerli di essere stati ingannati. Non è mia, purtroppo. Mark Twain.

Guardo la libreria. Ci starebbe bene Proust. Il tempo ritrovato. Che ti insegna che solo la memoria (e l’arte) riescono, a posteriori, a dare un senso alla vita.

Vi starebbe bene, ma non mi invoglia. Atmosfere troppo chiuse. Claustrofobiche. Meglio spazi aperti, ariosi. Luminosi. Cervantes. Don Chisciotte. Magari la Battaglia di Lepanto. O quando fantastica sulla bellezza di Dulcinea… Oppure Leopardi, ma Monaldo. I Dialoghetti. La critica dell’Europa e della Democrazia. Con la levità di un minuetto e l’ironia superiore a Voltaire…

Alla fine opto per Pound. I Cantos. Un’ossessione, come la Commedia di Dante. È un affollarsi di voci. Presenze. Linguaggi. Un turbine di vita e vite. Un intreccio di di strade e destini. Che insegna che vi è un altro tempo. Non Kronos il divoratore. Aion. Eone. Il Tempo Cosmico. Dove tutto è. E non necessita di divenire.


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