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1958 : anno dell’istituzione della Comunità Economica Europea (CEE) e della National Aeronautic and Space Administration (NASA), in Italia si afferma la Democrazia Cristiana e vengono dichiarate illegittime le case di tolleranza, il Brasile vince per la prima volta il titolo mondiale di calcio e muore Papa Pio XII prima della salita di Papa Giovanni XXIII;

ecco la seconda parte degli album che hanno segnato la storia della musica in questo anno:

5. “One Dozen Berrys” di Chuck Berry
La Chess Records è abituata ai grandi successi, soprattutto in ambito blues; ma negli ultimi anni è salito alla ribalta un artista rock’n’roll raccomandato da Muddy Waters in persona, un afroamericano trentenne di Saint Louis che raggiunge la cima delle classifiche con una dozzina di brani in un paio d’anni: si tratta di Chuck Berry che con il suo secondo album “One Dozen Berrys” piazza esattamente dodici brani dal sapore dolce e un po’ speziato, proprio come le fragole, nella mente di tutti gli amanti della musica, divenendo artista di fama internazionale.

L’album si apre con “Sweet Little Sixteen”, uno dei brani saliti in cima alle classifiche che racconta di una ragazza sedicenne che ama il rock’n’roll, con la batteria di Fred Below che va come un treno a singhiozzo, il pianoforte di Lafayette Leake che si esibisce in uno straordinario assolo, il sapiente basso elettrico di Willie Dixon e poi la voce e la chitarra di Chuck Berry a rendere il brano una vera scarica di adrenalina.

Blue Feeling”, una ballata blues movimentata, e “La Juanda”, dall’atmosfera esotica-latina, spezzano il ritmo che però prosegue con l’energia rock & boogie fino ad arrivare a “Reelin’ and Rockin’” e alla celeberrima “Rock and Roll Music”.

Lo scopo è di far ballare e divertire e con “It Don’t Take but a Few Minutes” si ritorna a ritmi da saloon di fine 1800. Un album ritmato, da ascoltare e ballare tutto d’un fiato che introduce di diritto Chuck Berry tra gli dei del rock’n’roll.

6. “Somethin’ Else” di Cannonball Adderley
Un’altra pietra miliare della musica jazz: Julian Adderley, soprannominato Cannonball per il suo aspetto rotondo e il suo appetito smodato, è stato uno dei più grandi musicisti jazz grazie alla sua abilità con il sassofono contralto, tanto da aggiudicarsi come sideman d’eccezione per l’album “Somethin’ Else”, il trombettista Miles Davis (anzichè il contrario come avveniva di solito); anche il resto della band è composta da musicisti eccezionali, come Hank Jones al piano, Sam Jones al basso e Art Blakey alla batteria, ma la curiosità è tutta su Cannonball e Miles Davis.

L’album si apre con “Autumn Leaves”, undici minuti di brano, a cui è lasciato il privilegio di esporre il tema proprio a Miles Davis e alla sua tromba, dopo un’introduzione dal ritmo latino e seducente, e poi il sax di Cannonball ad approfondire con larghi fraseggi; nuovamente Miles fraseggia con il piano di Hank prima della chiusura assegnata allo stesso Hank sul medesimo tema dell’introduzione: uno standard jazz che non può che lasciare a bocca aperta, ma lo stesso vale per “Love for Sale”.

Il brano ha un preludio pianistico e poi viene lasciato libero spazio ai ritmi tribali con la tromba di Miles ad introdurre nuovamente il sax di Cannonball che rimbalza nuovamente la palla a Miles con la chiusura di Hank: stesso schema del primo brano, questa volta per un’esecuzione di sette minuti da applausi.

Giunge il momento di “Somethin’ Else”, omonima title track dell’album, brano di Miles Davis dalla struttura lineare, una rarità per l’epoca, che permette ai due straordinari solisti di giocare e di imitarsi.

Non manca l’influenza blues su “One for Daddy-O”, con il sax di Cannonball che stavolta prende per primo la parola seguito a ruota dalla tromba di Miles e dal piano di Hank. La lenta “Dancing in the Dark” chiude l’album con il solo sax di Cannonball a ricordare che il capolavoro è di sua proprietà, ma che molto deve agli altri quattro membri, grazie ai quali ha creato un’opera di straordinaria bellezza.

7. “Soultrane” di John Coltrane
Un trio jazz composto da Paul Chambers al contrabbasso, Red Garland al pianoforte e Art Taylor alla batteria, accompagna il sax tenore John Coltrane nell’album “Soultrane”: il titolo prende spunto dal soprannome di John, appunto “trane”, storpiatura di train (treno), datogli per i modo in cui suona il sax. In quest’album Coltrane supera lo stile bebop, andando alla ricerca di suoni complessi ed iniziando un lavoro di esplorazione.

Il primo brano è “Good Bait”, in cui Coltrane suona i motivetti della melodia rendendoli quasi un minuetto; un ritmo allegro che sale per gradi fino al dialogo finale tra Coltrane e Taylor per un totale di dodici minuti di capolavoro.

I Want to Talk About You” è una ballata di dieci minuti, con il pianoforte come strumento preponderante, in cui comunque Coltrane espone tutta la sua emotività, un brano romantico, con il tipico sentimentalismo del jazz.

A seguire, in “You Say You Care”, Coltrane sviluppa delle variazioni di accordi con un ritmo di base veloce, ma che tende pian piano ad aumentare, mentre “Theme for Ernie” è un brano di Freddie Lacey dedicato a Ernie Henry, ex sassfonista contralto morto nel 1957: in questo versione del brano, Coltrane suona il lamento senza discostarsi troppo dalla melodia originale.

L’ultimo brano è “Russian Lullaby” che presenta un’introduzione al pianoforte fuori tempo prima che Coltrane inizi a suonare con la consueta velocità ed energia.

Non è sicuramente l’album migliore di John Coltrane, manca quasi un decennio di sperimentazioni prima di ottenere il suo capolavoro (“A Love Supreme”), ma in quest’occasione ha dimostrato tutto il suo talento, nonostante finora avesse “soltanto fatto da gregario” a Miles Davis.


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