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1958: anno dell’istituzione della Comunità Economica Europea (CEE) e della National Aeronautic and Space Administration (NASA), in Italia si afferma la Democrazia Cristiana e vengono dichiarate illegittime le case di tolleranza, il Brasile vince per la prima volta il titolo mondiale di calcio e muore Papa Pio XII prima della salita di Papa Giovanni XXIII;

ecco la prima parte degli album che hanno segnato la storia della musica in questo anno:

1. “Buddy Holly” di Buddy Holly
Il giovanissimo Buddy Holly (nel 1958 aveva solo 22 anni) pubblica il suo secondo album, intitolato in maniera omonima, sotto la sapiente guida di Bob Thiele, uno abituato alle sonorità jazz ma che sta cercando qualcosa di diverso, qualcosa di più sentimentale e romantico, ma che faccia ballare.

Ecco da quale concetto nasce questo album: un ragazzo innamorato che per introdurci al suo sentimento canta in apertura dell’album il brano “I’m Gonna Love You Too”, in cui fa capire in quale direzione corra la sua musica.

La batteria incalzante di Jerry Allison, con un ritmo quasi tribale, si mescola alle tastiere di Norman Petty e alle corde di chitarra pizzicate da Buddy Holly per dare vita a “Peggy Sue”, uno dei capolavori dell’album. Buddy prega questa fantomatica “you” di guardarlo (“Look at Me”) e di starlo a sentire (“Listen to Me”), ma finisce per entrare in una valle di lacrime (“Valley of Tears”, brano di Fats Domino).

Il ritmo più lento degli ultimi brani viene spezzato da “Ready Teddy”, un brano puramente rock’n’roll in pieno stile anni 50, che successivamente ci porta al secondo capolavoro dell’album: “Everyday” è stata scritta per Laura Elizabeth Coxon ed è un brano che ondeggia tra una ninna nanna e la storia di un amore più serio, che richiede impegno giorno per giorno. Non manca un po’ di blues in quest’album, con la malinconica “Mailman Bring Me No More Blues”, per poi giungere a “Words of Love” con la doppia incisione di Buddy sulla traccia vocale.

Ci avviamo verso la conclusione dell’album con un’altra dichiarazione d’amore di Buddy: “Little Baby” racchiude i (soli) 25 minuti dell’album e rilancia nuovamente i sentimenti (quasi adolescenziali) di Buddy Holly verso questa famosa ragazza.

2. “Come Fly With Me” di Frank Sinatra
Nella seconda metà degli anni 50 Frank Sinatra è al punto più alto della sua carriera: tra il 1957 e il 1960 pubblica addirittura undici album, tra cui “Come Fly With Me”, grazie al quale entra definitivamente nella leggenda.

Si tratta della prima collaborazione con l’arrangiatore e direttore Billy May, a cui viene imposto che l’album venga considerato come un viaggio in tutto il mondo: ed è proprio “Come Fly With Me”, con il suo tono esotico, ad aprire l’album, descrivendo avventure in luoghi come il Perù, Bombay ed Acapulco. Sui dolci arrangiamenti di May e sulla straordinaria voce di Frank Sinatra, con “Around the World” sembra di viaggiare su una nuvola e di osservare il mondo dall’alto.

The Voice, con un ritmo spensierato, giunge in Italia sull’isola di Capri (“Isle of Capri”), per tornare con ritmi più dolci e romantici negli Stati Uniti, in particolare in Vermont per un chiaro di luna (Moonlight in Vermont), e poi ancora 500 miglia a sud fino al magico autunno newyorkese (“Autumn in New York”).

Il viaggio di Frank Sinatra continua in Birmania con “On the Road to Mandalay”.

Si sa, Parigi è una delle città più romantiche del mondo, specialmente in primavera e con “April in Paris”, Frank Sinatra rende perfettamente l’idea dell’amore che aleggia; lo stesso vale per “London by Night”, ma The Voice decide di tornare a ritmi più swing con “Brazil”. Con “Blue Hawaii” le note tornano a farsi dolci, e l’album si chiude “It’s Nice to go Trav’ling”: un viaggio attorno al mondo, alla ricerca di qualcosa di nuovo, ma anche alla ricerca di noi stessi.

3. “Lady in Satin” di Billie Holiday
Una vita distrutta da droghe e alcol, il carcere e la cirrosi epatica, che l’avrebbe portata via il 17 luglio del 1959, ma nonostante questo Lady Day sapeva ancora sorprendere: “Lady in Satin” è l’album per eccellenza di Billie Holiday, una sorta di testamento artistico.

Ispirata da Frank Sinatra, Ella Fitzgerald e Charlie Parker, la Holiday abbandona il gruppo jazz a formazione ridotta che l’ha accompagnata per anni, per fare spazio ad un’ampia orchestra con tanto di arpe, violini ed archi, magistralmente diretta da Ray Ellis.

I’m a Fool to Want You” apre l’album con un’atmosfera quasi magica, ma la voce di Lady Day emerge inaspettatamente roca e sporca rispetto alle precedenti registrazioni: una vita distrutta, un dolore che sembra vivere con questo brano.

Un’atmosfera più leggera ma sempre con la voce struggente, “For Heaven’s Sake” anticipa un altro brano dolcemente disperato come “You Don’t Know What Love Is”, in cui la voce di Lady Day si alterna agli alti e ai bassi dell’orchesta di Ray Ellis. Musiche dal sapore cinematografico degne di Ennio Morricone, ci accompagnano per giungere alla malinconica ed enigmatica “Violets for Your Furs”.

La voce ferita di Billie Holiday e il dinamismo dell’orchesta ci portano a “You’ve Changed” e alla conclusiva “The End of a Love Affair” che suona proprio come una rassegnazione all’inevitabile fine che l’attende dietro l’angolo.

Lady Day non necessita di nessun salto di ottava o dell’estensione vocale che la contraddistinse a cavallo tra gli anni 40 e 50, la composizione degli archi e dei fiati quasi sopperisce a quella voce malinconica, dialoga con lei, per creare un album, considerato uno standard jazz, che suona un po’ come un amaro addio.

4. “Milestones” di Miles Davis
Miles Davis è come un diamante grezzo che viene raffinato album dopo album: “Milestones” del 1958 è uno degli album cruciali per la carriera del famoso trombettista jazz, è un lavoro che pianta in maniera decisa e profonda le radici per quello che sarà il capolavoro assoluto del 1959, ovvero “Kind of Blue”.

Milestone, tradotto letteralmente dall’inglese, significa pietra miliare, e Miles Davis vuole davvero che questo album lo sia, a partire dalla formazione: per la prima volta assistiamo ad un sestetto composto tra gli altri da John Coltrane al sax tenore e da Cannonball Adderley al sax contralto; la struttura musicale è molto semplice, con pochi accordi e tanto “spazio” per vagare: una nuova architettura per un nuovo modo di intendere il jazz.

L’album si apre con “Dr. Jackle”, un brano impetuosamente sullo stile bebop su cui i tre fiati possono cavalcare in tutta libertà, seguito da “Sid’s Ahead”, una composizione di tredici minuti che ci permette di volare, grazie ad uno straordinario assolo di John Coltrane, all’entrata in scena di Cannonball, alla semplicità del pianoforte e della batteria, e per concludere la firma di Miles Davis.

Two Bass Hit” è un blues rapido, con una base di basso preponderante su cui Cannonball, con il suo sax contralto, può perdersi e vagare, fino al ritorno della tromba di Miles Davis che lo riporta all’ordine.

Giunge il momento della pietra miliare del jazz, giunge il momento di “Milestones”: la base è composta da due semplici accordi sui quali Cannonball e Miles Davis sono liberi di esplorare; mai prima d’ora si era assistito ad una tale libertà di movimento all’interno di un brano.

I tre fiati si prendono un momento di pausa su “Billy Boy”, in cui tocca al piano disegnare il tema principale mentre contrabbasso e batteria gli ronzano attorno, ma la chiusura dell’album è con “Straight, No Chaser” di Thelonious Monk in cui Cannonball è libero di effettuare le sue scorribande in ogni direzione, mentre il brano si riempie di sincopi e fuoritempo.

La milestone è piantata, a metà tra il post e il pre, a metà tra il bop e tra la perfezione di “Kind of Blue”.


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