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L’amore ai tempi del colera“. Uno dei romanzi migliori, naturalmente dopo l’inarrivabile “Cent’anni di solitudine“, di Garcia Marquez. Che fu, indubbiamente, scrittore geniale come pochi, ancorché discontinuo. Il racconto di cosa significhi amare, di fronte alla fragilità della vita.

Comunque, un romanzo da rileggere, specialmente ora, mentre la psicosi del corona virus si sta diffondendo a livello mondiale. Vera pandemia questa, quando ancora quella reale è solo nel mondo delle ipotesi. Dove, certo, ci auguriamo che rimanga…

Rileggere Marquez, come buon ultimo di una catena di scrittori che hanno trattato il tema della vita durante le epidemie. Ovvero della, necessaria e obbligata, coesistenza della vita umana con una minaccia tanto più temuta perché invisibile, eppure pervasiva. Una minaccia che ha il potere di cambiare la nostra percezione della vita. Di scardinare le abitudini. Di stravolgere la struttura della società. La minaccia. O meglio il senso di precarietà che questa evoca. E che ci fa, improvvisamente, prendere coscienza di un fatto oggettivo. Che la vita è fragile. Sempre e comunque. Pandemia o no. Solo che, ordinariamente, ci illudiamo che così non sia. Fingiamo, con noi stessi, di essere immortali. Di vivere in una bolla di sicurezza. Che, però, è appunto solo una bolla. Effimera.

Una catena di autori e di opere. Che affonda agli albori della nostra civiltà e si svolge per un lunghissimo ordine di secoli. A partire dall’inizio del l’Iliade, un Apollo irato per l’oltraggio a Criseide che saetta la pestilenza nel campo acheo. Ma il vero archetipo è sicuramente la peste d’Atene, come la descrive, con straordinario pathos, Tucidide nella Guerra del Peloponneso. Pathos tanto più intenso, perché lo storico, e stratega, ateniese visse in prima persona quella tragedia. E vi vide il segno che gli Dei stavano abbandonando Atene. La sconfitta cominciava a profilarsi.

Da Tucidide deriva direttamente Lucrezio. Che è poeta filosofo, e declina, con un’insolita sensibilità tragica la visione della vita di Epicuro. Il sorridente maestro del giardino. E nel De rerum natura, la pestilenza diviene metafora dell’instabilita’ dell’esistenza umana. L’invito a vivere giorno per giorno. Il Carpe diem, si fa drammatica necessità. E poi Boccaccio, il prologo del Decameron nella grande peste del ‘300… Inquietante riflessione sulla Fortuna che determina vita e morte alla cieca, senza alcun conto della Virtù. E la risposta di Manzoni, dove la peste diviene strumento imperscrutabile della Provvidenza per mettere alla prova gli uomini. E, al contempo , rivela la loro natura selvaggia, libera gli istinti e le passioni fino a quel momento represse dalle convenzioni sociali. E potrei continuare con “L’Ussaro sopra il tetto” di Giono, la sfida alla morte, il colera giallo venuto dalla Cina ( sic !), che dà nuovo senso alla vita. Che ti costringe a vivere davvero, a combattere, ad amare… Non solo ad abbandonarsi ad una pigra esistenza cullata nell’illusione della sicurezza. E nell’oppio dell’abitudine.

Abbiamo terrore del virus. Antibiotici, terapie, profilassi non bastano a rassicurarci. È sufficiente l’enfasi mediatica su un paio di migliaia di morti per mettere in discussione le nostre sicurezze. Per farci tremare la terra sotto i piedi. Perché è una paura irrazionale. Atavica. Il nemico invisibile, più insidioso dello smilodonte che dava la caccia ai nostri antenati paleolitici. Il nemico contro cui non vi è difesa apparente. La lunga ombra oscura. Che ci costringe a confrontarci con noi stessi.


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