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Come tutti sapranno, in questi giorni s’è commemorato Lucio Battisti in occasione del ventennale dalla sua prematura scomparsa.

Ben lungi da chi scrive la tentazione dell’addentrarsi nell’analisi, pertinente o meno, della produzione musicale del cantante. Ma da lui s’intende prendere spunto. Per parlare di tutt’altro.

Uno dei motivi del suo quasi ventennale e totale isolamento dal pubblico, anche se con ogni probabilità portato a livelli praticamente maniacali dalla moglie Grazia Letizia Veronese, pare sia stato di tipo “squisitamente” (si fa per dire) politico. Ovvero la diffusa insinuazione che il cantante avesse finanziato più o meno direttamente un movimento di estrema destra. Cosa peraltro sempre smentita, da lui stesso e dalle persone che più gli erano vicine. Come, ad esempio, il paroliere Mogol.

S’arrivò addirittura ad insinuare che le braccia levate al cielo sulla copertina del suo disco “Il mio canto libero” nient’altro fossero se non … saluti romani. Così come lo sarebbe stato un suo braccio teso nell’atto di indirizzare l’orchestra durante una sessione di prove.

Cose che oggi possono apparire come ridicole descrivono fedelmente, invece, quello che era il clima di quegli anni nel mondo dello spettacolo. In spiccioli: se eri di sinistra, bene. Diversamente o venivi emarginato – lavorando poco o niente – o addirittura spedito irrimediabilmente nell’oblio.

Per cui personaggi famosi cambiarono “miracolosamente” il proprio modo di pensare. Giocoforza o meno.

Chi aveva vissuto direttamente l’ultimo conflitto mondiale dalla parte dei perdenti, fece qualsiasi cosa per nasconderlo. Altri molto più semplicemente cambiarono casacca per indossarne una rossa fiammante. E stop.

A dimostrare ancor di più come tutto ciò fosse assurdo, vale la pena citare due fatti apparentemente paradossali.

Il comunistissimo cantautore Francesco Guccini è sempre stato molto ascoltato ed apprezzato anche da parte della destra più estrema. Così come alcune cassette del già citato Battisti furono trovate in un tristemente famoso covo delle Brigate Rosse.

Eppure ne sanno qualcosa d’assai triste gli ex componenti di quello che fu uno dei più interessanti gruppi del “progressivo” italiano, i “Museo Rosenbach” di cui fece parte anche il batterista recentemente scomparso dei Matia Bazar Giancarlo Golzi. Nel 1973 pubblicarono per una nota casa discografica l’album “Zarathustra” recante in copertina un inquietante volto a collage nel quale compariva anche un busto di Mussolini. L’avessero mai fatto. Già s’ebbe da eccepire sul titolo dell’album, visto che l’opera di Nietzsche veniva considerata ispiratrice dei regimi totalitari del novecento. E poi la foto, perbacco. Fu la fine. Il gruppo fu irrimediabilmente tacciato di fascismo. L’album vendette pochissimo, boicottato persino dalla RAI. E il gruppo naturalmente sparì. Per ricostituirsi in anni più recenti per pura passione.

Ovvi motivi di spazio non permettono purtroppo d’approfondire l’argomento. In ogni caso si pensa d’aver dato un minimo assaggio di quello che era il clima di quei controversissimi anni.


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