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Gennaio volge, ormai, al termine. È iniziata l’ultima decade. Le giornate si stanno visibilmente allungando. E la natura intorno a noi – quel poco di natura che possiamo percepire in città, in uno squarcio di prati e alberi fra cemento ed asfalto – è come pervasa da una febbre.

La stasi dell’inverno profondo sta per aver termine. Si prepara la primavera.

Il segno di tutto questo è il Carnevale. Il cui culmine, e al contempo termine, interverrà nell’ultimo scorcio di febbraio. E che, però, sottilmente, sta già iniziando a farsi sentire. Un’inquietudine, una voglia di uscire, di lasciare il fuoco, reale o metaforico, al quale ci siamo pigramente crogiolati da Natale in poi. Una voglia di cambiare, di mascherarsi. Di essere altro. Ed altri.

I grandi Carnevali della Venezia di un tempo – dai fasti del Rinascimento agli ultimi, ancorché splendidi, bagliori settecenteschi- iniziavano dopo l’Epifania, ma divenivano frenetici solo con l’avvento di Febbraio. L’antico mese consacratio a Febris. La Febbre. Che, per sua natura, ha il potere di mutare le cose.

La memoria – che sovente, procedendo per analogie, ci conduce in territori remoti – mi riporta a Vertumno, l’antico Dio romano, giunto dall’Etruria, del mutamento. Vertumno che presiedeva al cambio di stagione e si rivelava nelle prime gemme sugli alberi. Vertumno il mutaforma, che per sedurre Pomona prese aspetto di donna. Dunque si maschero’.

Perché il Carnevale è rappresentato dalla maschera. Anzi dalle maschere, al plurale. Che celano e rivelano al tempo stesso. Celano il volto usuale. Quello di tutti i giorni, che presentiamo agli altri. E a noi stessi. E che, in fondo, altro non è che una maschera fissa. Una maschera di ferro che ci imprigiona. Come ci fa capire Pirandello nello straordinario, e a ben vedere inquietante, incipit di “Uno, nessuno, centomila”.

Mettere la maschera, o, se si vuole, mutarla, è rivelare noi stessi. È conoscersi. Perché con le maschere diamo forma e sostanza, anche solo per poco, ai nostri desideri. A ciò che, nel profondo, siamo. O vorremmo essere.

Una bella donna, con una maschera d’oro, una di quelle maschere veneziane di stile antico, arabescata, gli occhi da gatta… Una piuma rosso fuoco che si armonizza, e al tempo stesso contrasta, con i capelli sciolti in modo quasi selvaggio… Le labbra appena dischiuse in un sorriso ambiguo e sensuale come quello della Gioconda… Ecco l’immagine della metamorfosi. Lo svelamento del mistero del mutare delle forme. E del desiderio. Che è, per eccellenza, il mutaforma. È Vertumno, nelle sue molteplici declinazioni. Da quella ritratta dal genio eccentrico dell’Arcimboldo, carico di verdure e gemme, alla leggiadria erotica del dipinto settecentesco di Jan Ranc. Il Dio che, come dicevo, si traveste, per sedurre una splendente Pomona. Mito narrato da Ovidio. Dove il mutamento rivela l’animo e il desiderio. E da’ inizio ad una nuova stagione. Nella Natura. E nella Vita.


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