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Basta! Non se ne può più! O per lo meno non ne posso più io. Non si può aprire fb che, da un post o dall’altro, balzano fuori citazioni, versi, immagini di quei due. Sempre di loro. Alda Merini e Charles Bukowski. Sembra che siano gli unici due poeti ad avere cittadinanza nel mondo, effimero e superficiale, dei Social.

I due più citati, più utilizzati, in modi alquanto strampalati, per chiosare immagini, fotografie… Su Instagram, poi, solo loro, ad epigrafe di foto di più o meno avvenenti fanciulle e panterone in succinti vestimenti e pose ipoteticamente sexy.

Per non parlare, poi, di stagionati signori in atteggiamento da maledetti alla Bukowski, ritratti compiaciuti mentre brindano in birreria il Sabato sera. Prima di riprendere, il Lunedi, il loro emozionante lavoro al Catasto.

Merini e Bukowski. I poeti più amati dagli italiani. Da quelli , soprattutto, che poesia non leggono, e mai hanno letto. E che nulla ne capiscono. Ed evidentemente, sono la maggior parte. Almeno sul web.

Ma perché proprio loro?
Sono due autori molto diversi, e sinceramente , non di grande caratura. Non dico che non abbiano lasciato qualche verso efficace, qualche frase suggestiva. Ma tutto sommato è poca cosa. Sono facili, questo si. E perciò comprensibili anche da chi di poesia, e letteratura in genere, non sa nulla. Ma non è sufficiente.

Affascinano perché sono dei maledetti, mi si dirà… Ma anche qui ci sarebbe da discutere. Rimbaud era un maledetto. E quel capolavoro che è “Una stagione all’inferno” sta lì a testimoniarlo. Trakl era un maledetto. Autentico, disperato. Ed era un lirico grandissimo. Verlaine, Corbiere, Lautremont… Leggetevi i Canti di Maldolor o Gli amori Gialli. E vedrete come la disperazione si fa grande poesia. O per restare in casa, prendete in mano i Canti Orfici di Campana.

La Merini più che altro era sfortunata. Turbe nervose e psicosi in un’epoca in cui ti bollavano come matto e ti rinchiudevano gettando via la chiave.

Ad onor del vero alcune sue cose non sono male. Ma leggendola mi sono sempre tornate in mente le pagine di Jones, allievo di Freud, sulla produzione poetica degli psicotici.

Bukowski, poi, ha scritto una marea di cose. Tante, troppe a mio avviso. Il suo “realismo sporco” – preciso , non è un insulto, ma una corrente letteraria statunitense – si è nutrito di alcool e di una vita, volutamente, difficile e dissipata. Molti lo confondono con la Beat Generation. Un errore. Niente della straordinaria scrittura jazz di Kerouac, niente del ritmo , profondo, della poesia di Ginsbnrg.. O delle visioni di Ferlinghetti.

In Bukowski troviamo solo frasi ad effetto, uno slang che trascolora continuamente nella trivialità. E soprattutto un autobiografismo maniacale e, in fondo, molto, troppo compiaciuto. Poco sofferto. Un parlare tanto di se stesso, senza riuscire a fare dell’autobiografia il paradigma per spiegare il mondo e la natura dell’uomo. Senza mai riuscire, e neppure mai tentare di superare il proprio limite. Di andare oltre.

E forse sta proprio in questo il successo, effimero e pervasivo, di questi due autori. Per ragioni diverse, tanto la Merini che Bukowski incarnano quella forma di basso edonismo che caratterizza la nostra epoca. La loro poesia scaturisce da un rimestare nelle sentine più basse della psiche. Non vi è alcuna percezione degli altri. Basta vedere come Bukowski tratta quello che chiama amore. Non è nemmeno sesso, è qualcosa di più basso, volgare. Uno sfogo senza luce alcuna. Il fatto che piacciano a tanti è, purtroppo, un segno. Della volgarità dei tempi. Dell’incapacita’di uscire dal guscio che ci imprigiona e che vogliamo dipingere d’oro, attribuirgli nomi altisonanti . Chiamarlo poesia. Mentre è solo fango. O peggio.


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