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Il Salone del libro di Torino inizia giovedì e solo ora Lucia Borgonzoni, sottosegretario ai Beni culturali, ha scoperto che la manifestazione è leggermente sbilanciata sotto l’aspetto politico. In pratica un monocolore rosso intenso.

Eppure Borgonzoni avrebbe dovuto saperlo da tempo, visto che la gestione è da tempo allineata e coperta sulle posizioni che oscillano tra la sinistra estrema e la sinistra moderata. Lasciando agli avversari le briciole, ma solo se ne avanzano.

Questa volta, però, il sottosegretario ha ritenuto che le liste di prescrizione preparate da Christian Raimo, consulente del Salone, fossero un po’ eccessive. Perché Raimo non si è limitato a ricordare, come han fatto i vertici del Salone, che la Costituzione (nella parte transitoria che, in teoria, dovrebbe essere superata dopo oltre 70 anni ma in Italia nulla è più stabile di ciò che è transitorio) vieta ogni forma di apologia del fascismo. No, ha voluto strafare e si è erto a giudice supremo, equiparando sovranismo e fascismo, sovranismo e razzismo.

Dunque se non vuoi la cancellazione delle tue tradizioni sei fascista, razzista, odiatore e, dunque, non hai diritto di parlare al Salone del libro. Con tanto di nome e cognome dei proscritti. Raimo, di fronte alle proteste, si è dimesso. Ma il direttore Nicola Lagioia, il grande sostenitore degli inviti a senso unico per i convegni del Salone, è insorto ringraziando Raimo e garantendo che il soviet del Salone non si farà intimidire. Dunque la censura resta.

Davvero Borgonzoni non si era mai accorta che questa è la censura che ha caratterizzato le ultime edizioni del Salone? E se non se n’era accorta, forse non è adatta al ruolo che ricopre. Ma se ne era consapevole, perché non ha fatto nulla per modificare la situazione? Non per reprimere i censori a cose fatte, ma per prevenire simili atteggiamenti. Qual è stato il ruolo di Borgonzoni e del suo ministero rispetto al Salone del libro?

L’occupazione degli spazi culturali da parte di quelli che il sottosegretario definisce “radical chic” è stata possibile perché il centrodestra, Lega compresa, ha sempre evitato di impegnarsi in ambito culturale, dell’informazione, dello spettacolo. Ed il governo del cambiamento non ha cambiato proprio nulla in questi ambiti.


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