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L’azzardo più grande della carriera dei Queen è senza dubbio la scelta di proporre “Bohemian Rhapsody” come singolo da estrarre dall’album “A Night at the Opera” del 1975, un complesso brano da sei minuti, con influenze operistiche e con un testo apparentemente senza senso; andando contro tutto e tutti, la band inglese ebbe la meglio.

Lo stesso si potrebbe quasi dire del film biografico sulla carriera dei Queen, ed in particolare del loro frontman Freddie Mercury (interpretato da Rami Malek, attore consacrato grazie alla serie TV Mr. Robot), sempre intitolato “Bohemian Rhapsody”, nato dopo una lunga gestazione dalla sceneggiatura e dal soggetto di Anthony McCartner e Peter Morgan, dalla regia di Bryan Singer, poi completata da Dexter Fletcher, e dalla coproduzione di Brian May e Roger Taylor, rispettivamente chitarrista e batterista della band inglese.

Il brano “Bohemian Rhapsody” è composto da cinque parti diverse: un’introduzione cantata a cappella, una parte ballad che sfocia in un assolo di chitarra, un passaggio d’opera, una sezione di hard rock e un’altra parte ballad che conclude tristemente il brano; possiamo individuare delle parti simili anche nel film omonimo.

Dopo una breve scena in cui si vede il protagonista di spalle avviarsi verso il palco del Live Aid (in cui sembra compaia anche un attore nei panni di David Bowie), il film ci catapulta all’inizio degli anni ’70 dove il giovane Farrokh Bulsara lavora all’aeroporto londinese di Heathrow come facchino; la parte “a cappella” del film ci porta fino ai primi concerti dei Queen, non senza alcune inesattezze storiche, come il fatto che Freddie già cantasse in altre band o l’incontro con colei che lui definisce il suo vero amore, Mary Austin interpretata da Lucy Boynton, ma poco importa.

Si inizia a battere il piede a tempo di musica nella parte “ballad”: i primi album, le tournée, ovviamente tutto accompagnato dai famosissimi brani della band inglese: in questa parte viene esaltata tutta la prontezza da performer di Freddie Mercury, la sua ambizione tendente alla megalomania e la consapevolezza del punto in cui vuole arrivare con i suoi Queen.

Il punto più alto, l’assolo di chitarra, lo troviamo quando, nel 1975, la band abbandona la EMI perché il produttore, Ray Foster, decide di non passare il brano che darà il titolo al film. Curioso il fatto che Foster sia interpretato da un irriconoscibile Mike Myers, che nel film “Fusi di Testa” del 1992 ha una passione proprio per il brano in questione: l’attore canadese allude alla scena cult di quel film quando dice a Freddie che “nessuno scuoterà la testa in macchina ascoltando questa roba.”.

Inizia la parte operistica: si tratta di un’opera seria, in cui la band-famiglia cavalca rapidamente il successo, finché una pressione eccessiva su Freddie, la droga e le amicizie sbagliate non gli fanno perdere la testa; il protagonista brucia tutto ciò che gli gravita attorno, dai compagni di band, alla donna che ama part-time, fino ai suoi innumerevoli amanti.

Tuttavia nel film non viene mostrato nulla di peccaminoso, d’altronde i Queen non sono mai stati i Sex Pistols e i loro comportamenti al di fuori del palco mai particolarmente eccessivi o trasgressivi.

Anche in questo caso non mancano le inesattezze, perché non si è mai parlato di uno scioglimento (seppure temporaneo) della band o di come la volontà di una carriera solista parallela di Freddie abbia creato tensioni nel gruppo, o ancora di come l’ex manager Paul Prenter (nella realtà fu licenziato un anno dopo il Live Aid), sembra sia l’origine di ogni male, come se Freddie non amasse le feste e fosse obbligato alle orge.

Si tratta di modifiche atte a creare un maggiore tensione drammaturgica alla pellicola, ma la più macroscopica delle modifiche è sicuramente quella di aver anticipato di due anni la malattia del frontman della band inglese.

Come nella maggior parte dei film sui musicisti, alla fine il protagonista scopre se stesso grazie alla musica, torna dai suoi compagni di band e (in questo caso) il tutto culmina con la straordinaria esibizione del Live Aid del 1985.

Usciamo dalla “parte operistica” carichi di modifiche per entrare nella parte “hard rock” con altrettante inesattezze atte a rendere il tutto ancora più epico: non è vero che i Queen sono arrivati a quello storico concerto dopo anni che non si vedevano, il fidanzato di Freddie, Jim Hutton, agli occhi della famiglia è sempre stato il suo giardiniere, e, come anticipato poco fa, i membri della band (e lo stesso Freddie) non erano a conoscenza della malattia del cantante.

Ma la meraviglia audiovisiva dei venti minuti finali è assolutamente il momento migliore del film: ottima recitazione da parte degli attori, audio e video estremamente fedeli, la capacità di Singer di mostrare cosa accade realmente ad un concerto e di far capire cosa rendesse leggendario Freddie Mercury a parte la canzoni.

In questo caso il frontman dei Queen viene fatto passare come l’eroe che salva il Live Aid da un disastro, ma nella realtà dei fatti quel giorno sul palco c’erano fior di musicisti e le offerte fioccarono fin dall’inizio, anche se, senza ombra di dubbio, la performance della band inglese è stata la migliore in assoluto.

La parte finale, la “ballad” triste che chiude “Bohemian Rhapsody” è composta da poche immagini che raccontano come si conclude la storia dei Queen ed in particolare di Freddie Mercury.

Scelta bizzarra quella di fermarsi al 1985, senza raccontare i successivi sei anni di vita e carriera del gruppo, senza raccontare di quel testamento artistico che è l’album “Innuendo”: paradossalmente, fossero arrivati fino alla fine, gli autori del film avrebbero trovato quella tensione drammaturgica che tanto hanno dovuto reinventarsi.

Si sa, fare un biopic sulla vita e sulle vicende di una rockstar non è mai facile, ma quando si tratta di Freddie Mercury, tutto diventa ancora più difficile e azzardato; ma il film fa il suo dovere, che non è quello di essere onnicomprensivo e documentaristico, ma è quello di intrattenere il pubblico e di essere celebrativo.

L’interpretazione di Rami Malek nei panni di Freddie Mercury è ottima (nonostante i dentoni eccessivi), ma non solo la sua: anche Gwilym Lee che interpreta Brian May, Ben Hardy nei panni di Roger Taylor e Joseph Mazzello in quelli di John Deacon sono estremamente fedeli fisicamente e caratterialmente ai componenti dei Queen.

Il film risulta un po’ troppo freddiecentrico, tralasciando a volte gli altri componenti della band: è vero che Freddie era un uomo con un sacco di sfaccettature, un artista, uno scrittore di canzoni, ma non viene dedicato abbastanza tempo alla parte artistica del personaggio, alle sue ispirazioni, al suo modo di scrivere, alla scoperta del proprio talento canoro; Freddie viene trattato come un semplice indo-londinese che diventa una rockstar, il film diventa una favola che finisce con il consueto lieto fine, senza andare mai davvero in fondo a quella che è stata la vita del cantante e la storia della band.

Nonostante tutto ciò “Bohemian Rhapsody” è il biopic musicale che ha riscosso il maggior successo nella storia del cinema, incassando 500 milioni di dollari al boxoffice internazionale.


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