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La pioggia battente dona respiro alla città solo per poche ore al giorno, ma gli yacht ancorati in Laguna e i cartelloni affissi sui muri scrostati delle calli possono voler dire solo una cosa: inizia la Biennale d’Arte di Venezia 2019 e il vostro repARTer d’assalto non poteva lasciarvi senza un assaggio dell’immancabile appuntamento.

La Biennale da ormai parecchi anni ha raggiunto le dimensioni di un enorme parco divertimenti dell’arte, riuscire a vedere tutti i padiglioni, soprattutto quelli dislocati per la città, è impresa degna di un eroe omerico ma credo sia impossibile non rimanere affascinati, come ogni volta, da questo tripudio di esibizioni messo in piedi dai diversi Paesi.

Il tema di quest’anno “May you live in interesting times” sembrava proiettato al futuro, ma nei vari padiglioni che occupano i Giardini della Biennale e l’Arsenale si parla molto di presente e non si disdegna il passato, in Russia addirittura si va a scomodare, non senza effetti positivi, lo spirito di Rembrandt.

Molte rappresentanze, in effetti, sembrano non volersi staccare dagli stereotipi in cui la storia e la cultura sembrano averli racchiusi; e allora i paesi scandinavi rifletteranno sul rapporto con la natura, la Germania propone un’installazione di Natasha Happelman che presenta, almeno formalmente una germanica freddezza, e potrei citarne molti altri nei quali i risultati sono più o meno riusciti (si scrive così ma si legge Egitto).

C’è tanta video-arte, ma accanto a quella sperimentale, che oramai vede affermate anche grafiche da videogiochi, troverete molti frammenti di origine documentaria, installati in modi artistici certo, ma è legittimo chiedersi se la volontà di innovare, stupire e meravigliare non abbia lasciato un certo spazio al ritorno di narrazioni più lineari, portando all’assottigliamento delle categorie.

Non a caso il padiglione Lituania, vincitore del Leone d’Oro, ha offerto una performance che deve più al teatro di Brecht che non alle performance di Marina Abramovich. Capiamoci, chi scrive è fortemente a favore, nel momento in cui si diventa adulti, al superamento di etichettature e tassonomie semplicistiche in tutti gli ambiti della vita, però, come si può giudicare nella stessa categoria l’apparato degno di un musical e dei quadri o delle sculture, per quanto di ottima fattura? A cosa servono allora le sezioni della Biennale dedicate a danza e teatro che inaugureranno in estate?

Ma lasciando da parte sterili critiche, come quelle che hanno travolto le manone di Quinn visibili in distanza dall’Arsenale, rimangono le molte opere valide, che, attraversando i medium e i generi regalano esperienze anche forti; non scontato il labirinto curato da Milovan Farronnato per il padiglione Italia, potente l’impianto studiato da Laure Prouvost per la Francia, specialmente grazie a un arazzo vagamente post-moderno, giocoso seppure meno intellettualmente stimolante il percorso sull’acqua del padiglione Venezia, vertiginose le isole senza fondo di Mark Justiniani nel padiglione Filippine.

In questo gioco dell’oca forsennato, riuscire a intercettare degli artisti, al di fuori delle conferenze stampa, è complicato, ma grazie a circostante fortuite ho la possibilità di passare un po’ di tempo proprio con l’artista filippino, che, con grande gentilezza e pazienza mi racconta più in dettaglio la sua opera: si tratta di un trittico composto da “isole” di metallo e vetro su cui il visitatore può salire per vedere, grazie a un effetto ottico, delle teche in cui frammenti di storia delle Filippine, si mutano in infiniti pozzi senza fondo. L’artista mi rivela che nonostante siano dieci anni che utilizza questo medium (ha iniziato come artista figurativo) sperimenta anche lui un piccolo effetto vertigine salendo sull’opera conclusa.

Insomma rimanere insensibili alla valanga artistica da cui è investita la Serenissima è complicato, forse il rischio è semmai soffrire di iper-esposizione all’arte, lo stesso Justiniani mi confida che in pochi giorni si rischia una saturazione da arte e concordiamo sul fatto che per approfittare della manifestazione, cercando di capire e apprezzare le opere esposte, siano necessari parecchi giorni.

Sperando di avervi stuzzicato il palato con queste brevi note dalla laguna più famosa d’Europa, mi auguro che verrette di persona a fruire di questo evento in quanto poche cose sono soggettive quanto l’arte, e avete tutto il diritto di non essere d’accordo con una sola parola di questo articolo.


Le opinioni dei lettori
  1. Gaia Altavilla.   On   17 Maggio 2019 at 16:43

    Annotazioni intelligenti, mai scontate.Una domanda: l’intento della Biennale di quest’anno è la celebrazione dell’ambiguità e della finzione? Grazie.

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