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Basta carne? È il titolo del libro di Katy Keiffer, edito in Italia da Edt, ma è anche la domanda che si pone inevitabilmente scorrendo le 240 pagine del saggio

Scritto, e questo peggiora la situazione, non da una vegana oltranzista ma da una donna che la carne la mangia.

Difficile entusiasmarsi di fronte a una bistecca quando si scopre come vengono trattate non solo le bestie durante l’allevamento, ma anche le carni durante e dopo la macellazione

Si chiamano CAFO questi luoghi di persecuzione delle vacche, Concentrated Animal Feeding Operation. Luoghi infernali che fanno capo a poche multinazionali che controllano il mercato mondiale della carne. L’acronimo in inglese, però, comincia a rassicurare il consumatore italiano che, procedendo nella angosciante lettura, si sente sempre più sollevato.

Sino a quando l’autrice non dichiara esplicitamente la sua sana e sacrosanta invidia per quei Paesi dove esistono seri controlli sulla qualità delle carni e, ancor più per quei consumatori che possono addentare bolliti di Fassona piemontese o bistecche di Chianina.

Keiffer non fa i nomi ma si limita a lodare le razze autoctone, la migliore risposta ai crimini delle multinazionali

Crimini veri, e non soltanto quelli commessi nei confronti degli animali perché l’abuso di antibiotici, per combattere le malattie provocate dalle condizioni di allevamento, ha determinato lo sviluppo di agenti patogeni che resistono agli antibiotici e, di conseguenza, rappresentano un rischio enorme per la salute umana.

Un pericolo anticipato già da Alexander Fleming, lo scopritore della penicillina, ma ignorato da chi guadagna di più con vacche e vitelli imbottiti di antibiotici.

Ma se la carne bovina, negli Stati Uniti, rappresenta un rischio, va anche molto peggio con quella suina e con il pollame

Tra condizioni igieniche terribili negli allevamenti, sperimentazioni genetiche sui maiali, mangimi ributtanti e pericolosi.

I vegetariani ed i vegani, però, hanno poco da festeggiare

Il commercio del grano mondiale è controllato da un esiguo numero di multinazionali che, anche in questo caso, hanno il profitto come unico interesse. Ad ogni costo.

Morire di fame, allora? No, visto che abbiamo la fortuna di vivere in un Paese dove i controlli esistono benché insufficienti. Ma, soprattutto, dove esistono piccoli e medi produttori indipendenti. Dove ogni regione ha prodotti tipici, che si tratti di vacche, di polli, di maiali. Si tratta di saper e voler scegliere.

Consapevoli, però, che la demenziale approvazione del Ceta, il trattato con il Canada, apre le porte all’invasione di cibo spazzatura

Ma nel nome della globalizzazione, dunque possiamo avvelenarci con il sorriso politicamente corretto.


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