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Nel castello di Barbablù di George Steiner

In questo libro il filosofo tedesco riprende il libro di Eliot del 1948 “Note per la ridefinizione della cultura” concentrandosi prettamente sulla fine della supremazia della cultura occidentale e sul ruolo di emancipazione ed educazione dell’essere umano.

L’idea prettamente illuministica della cultura come arma per rendere l’uomo migliore, più civile si è tragicamente frantumata con lo scoppio di due guerre mondiali che hanno ridotto l’Europa in un cumulo di macerie. Steiner inoltre cerca di indagare con fine esegesi le ragioni socio-psicologiche che hanno condotto l’Europa ad una tragedia come l’Olocausto.

Lo scrittore si chiede sgomento come fosse possibile a pochi passi dai campi di sterminio vedere aguzzini delle SS andare ad ascoltare Mozart o Bach e poi la mattina dopo gestire i campi della morte.

Lo scrittore vede nella religione una spiegazione: un unico Dio fortemente punitivo ed esigente così com’era nell’antico testamento ha fatto sì che a livello psicologico nascesse una rabbia e una repulsione verso il popolo che l’ha creato ossia gli ebrei.

Egli vede nei campi di sterminio una seconda caduta dall’Eden dell’essere umano e una perfetta ricostruzione dell’inferno dantesco sulla Terra, fatto di torture e sevizie senza pari.

Tutto ciò ha fatto sì che oggi si parli di post-cultura dato il fallimento sostanziale dell’ideale illuministico di cultura stessa, infatti nessuno più oggi si sognerebbe mai di pensare la cultura occidentale come la migliore, in grado di colonizzare le altre culture.

Altro punto significativo che Steiner analizza è la crisi del linguaggio. La storia occidentale è storia verbale, orale. Il silenzio degli adolescenti ha rotto un legame, ossia un continuum che c’era fra le generazioni e che era garantito dalla parola. Gli slogan urlati degli hippie e della controcultura rifiutano aprioristicamente un confronto verbale perché esso porterebbe inevitabilmente ad accondiscendere o asservire le grammatiche che detengono il potere.

Buona Lettura


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