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Martedì 19 La Stampa ha concesso il diritto di replica al ministro Azzolina in merito agli attacchi ai quali era stata sottoposta nei giorni scorsi proprio dalle pagine del quotidiano torinese.

Conformemente al suo ruolo istituzionale nel suo intervento non c’è traccia di polemica né si fa alcun riferimento agli illustri contestatori del suo modo di agire, ma è ovvio che la risposta è legata a filo doppio con le polemiche alle quali anche noi abbiamo dato spazio nei giorni scorsi.

In sostanza la titolare del MIUR difende il suo operato affermando che si è reso necessario in un periodo di emergenza. Ed esclude che in futuro la didattica a distanza possa sostituire il tradizionale rapporto diretto che da sempre avviene tra docenti e studenti all’interno delle aule scolastiche.

Si vede che avevamo capito male: e come noi la Saraceno, Cacciari e i rappresentanti dei sindacati cui, sullo stesso giornale, viene dato ampio spazio.

Il sistema scolastico – afferma l’Azzolina – ha tenuto anche grazie alla didattica a distanza, unica vera alternativa, per settimane, all’abbandono degli studenti”.

Peccato che questo sistema abbia lasciato indietro, secondo un’indagine dello stesso quotidiano, almeno due studenti su tre. Ma il ministro è contenta così visto che continua dicendo: “La scuola sarà guarita solo quando tornerà in classe. Ma abbiamo l’opportunità di portarci dietro un bagaglio di competenze, esperienze e anche una dotazione digitale che in tempo di “pace” avremmo ottenuto in alcuni anni invece che in pochi mesi”.

Evviva la pandemia, dunque! Applausi a se stessa per le poche centinaia di tablet regalati qua e là. Mentre gli insegnanti avrebbero avuto l’opportunità di “superare l’inadeguatezza della scuola italiana dal punto di vista della strumentazione tecnologica. […] Impariamo a vivere il digitale con complicità, non con estraneità”.

Evidentemente la Azzolina pensa che tutte le scuole siano dotate di strumenti tecnologici di ultima generazione ma che siano gli insegnanti a non saperli o a non volerli usare. Forse le converrebbe farsi un giro negli istituti scolastici non dico dei paesini di montagna, ma di quelli di qualche centro di medie dimensioni, per rendersi conto di quale sia la realtà.

Per quanto riguarda poi le indicazioni su come riapriranno le scuole a settembre il ministro si limita a dire: “Attendiamo dal Cts (tradotto per chi non ama gli acronimi: il comitato tecnico scientifico) una cornice di sicurezza dentro la quale inserire la proposta complessiva”. Come dire: aspettiamo che i tecnici ci dicano cosa dobbiamo fare e noi lo faremo. O meglio ancora: io non so che cosa fare e aspetto che il Cts me lo dica! C’è bisogno d’altro per capire il grado di preparazione di questa signora?

La quale ama anche le battute, giacche conclude così: “Riapriremo le scuole. Ma sarà anche necessario avere scuole più aperte”. Una gran bella frase. Peccato che non voglia dire niente.


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