fbpx
Usarci


Il poemetto d’apertura è narrativo: è, per meglio dire, un monologo tragico, intessuto di reminiscenze letterarie e, soprattutto, mitiche.

Da Mahfùz, l’egiziano, alle Mille e una notte (Shahrazade, Sindbād il marinaio, Alì e il tappeto volante, la lampada di Aladino), dai tragici greci (Edipo) al Corano, ma senza dimenticare l’Odissea (Allah che scuote il mare, irato, rimanda all’omerico Poseidone), la Comedìa dantesca (Caronte che “batte coi remi” i traghettati) e Saffo e Khayyam. Con diversi riferimenti al Vangelo.

Gli stampi mitici sono già suggeriti in limine, da una citazione sofoclea e da un’altra che evoca la “cainità” dell’umano. Come dire che il carattere tragico travalica o trascende la vicenda narrata per confermarsi stigma costitutivo dell’esistenza umana.

Junghiano archetipo. Il titolo parla di Attraversamenti, al plurale: segno che la moderna odissea qui affabulata dallo stesso profugo, in prima persona, ne è solo una fattispecie, sia pure esemplare nella sua alta, eccezionale drammaticità, tra le infinite che quotidianamente si ripropongono sulla faccia del mondo.
Tutta la vita, tutte le vite, in fondo, sono “attraversamenti”, in cerca di un’Itaca che non sempre è dato (ri)trovare. E se non vogliamo chiamarle “odissee”, chiamiamole “saliscendi” o, come fa

Mariano, ricorrendo a un’espressione piemontese, “montacala”. Qualcosa, insomma, che ricorda il mito di Sisifo.

La natura tragica del poemetto d’apertura è peraltro ribadita dalla sua stessa struttura, giacché alla voce del naufrago s’inframmette, in corsivo, quella, in terza persona, di uno o più spettatori: una sorta di coro che ha il compito di commentare, simpateticamente, le vicende dell’io narrante e di adombrarne qualche interpretazione ulteriore.

Così, ad esempio, alla domanda che il profugo si pone: «Mi sono salvato: perché io fra i tanti?», il coro risponde: «Se puoi raccontarlo è perché sei, / come Ishmael, destinato a ricordare». Il coro coglie, in altre parole, l’esemplarità del caso e gli dà risonanza universale.

Il superstite è vocato a testimoniare, proprio come avviene in Moby Dick. L’attualità del mito consente al poeta di sublimare la vicenda, sottraendola ai rischi dell’assuefazione e riscattandola da quanto può avere di cronachistico e di banale, così da non indulgere a un pietismo d’accatto e da non cedere al ricatto dei buoni sentimenti. Le vittime non sono necessariamente buone, e nemmeno innocenti, proprio come non è innocente Edipo.

Eppure, per chi è “imbarcato” – e secondo Pascal tutti noi lo siamo – la prospettiva del naufragio è pur sempre possibile, in agguato, e viene allora spontaneo porsi delle domande: perché alcuni si salvano e altri finiscono “sommersi”? Il rimando a Primo Levi non è certo casuale.

C’è alcunché di paradossale nell’insistita dichiarazione del naufrago, che continua a ripetere di essere stato “fortunato” solo perché scampato a una fine miseranda, ma a chiunque ascolti il racconto della sua dolente via crucis non sfugge quanto vi sia in essa di antifrastico.

À la Candide. Gli sfugge tuttavia il senso della vicenda: è volontà del Cielo? è scritto nelle stelle? Oggi che «la mente è diventata spazzatura, / meteora-metafora dell’usura merceologica», anche a voler collegare «una stella all’altra», se ne ricaverebbe soltanto «un labirinto osceno».

Per certi versi, però, la vita stessa si può considerare un labirinto osceno. Di cui, volenti o nolenti, s’impone l’attraversamento. Ed è come orientarsi nella nebbia. Esiste un varco, una via d’uscita?

Ebbene, anche Mariano, come Montale, ha cercato «il filo da disbrogliare» che finalmente potesse metterlo «nel mezzo di una verità»; l’ha cercato «nel punto in cui la nebbia / era più densa», senza tuttavia trovarlo. Ma non per questo si è arreso al nichilismo. Nonostante l’insufficienza della ragione («se l’infinito è stato creato, / il creatore può essere pensato?») e la sua diffidenza nei riguardi della mistica, egli, nel suo prolungato “montacala”, ha perseguito l’individuazione di un senso, anche a costo di azzardare una «ipotesi insensata», vale a dire lo “scandalo” di una «donna in croce, per di più nera». Affidando alla poesia l’arduo compito di inverarla.

La poesia, d’altra parte, è una sorta di ultima spiaggia o di “ultima Thule”. Ad essa il poeta sembra assegnare responsabilità non solo gnoseologiche, sì anche teologiche. E lo fa proprio partendo dalla constatazione degli esiti fallimentari del cristianesimo e dal silenzio di Dio: da posizioni che potremmo dire quinziane, già peraltro condivise da Giorgio Barberi Squarotti, che di Mariano fu sodale e amico.

Si veda, in particolare, Epifania: «Che tu abbia predicato l’amore e sia stato / per questo crocefisso è accaduto / (accadrà ancora); che tu risorga nuovo / predicatore per rimorire ogni volta, / è ragionevole crederlo. Così vogliamo che sia. // Ma è ancora la tua questa chiesa tanto ammantata? / In essa ancora riusciamo ad ascoltare la tua parola? / O non è più probabile riudirla, / come allora, dove è più turpe la strada? // Non rispondere è il tuo modo di rispondere».
Non c’è rassegnazione. L’ascesi del poeta prosegue e si appalesa da un lato come nostos, come ritorno (memoriale) alle origini, come ricerca dell’«intreccio / di un tempo familiare», sulle tracce dell’«abbecedario maternale», á rebours tra i cavijé e gli spaciafornej della Val Varaita, e dall’altro come salita, come esercizio di fatica, per tratturi erti che sembrano «promettere salvezza», verso «regioni alte» e «sconfinamenti» dai tratti ora dionisiaci («Bellezza e crudeltà sembrano provenire / dallo stesso Dio») ora apollinei (come quando evoca il «Monviso esaltato dalla neve che pomella / un dorsale sotto cui l’epilobio arrosa la conca»), «irrassegnato» comunque «a volar basso».

La sfida all’infinito e all’indefinito è costante, ma trova un limite nell’ineffabilità del mistero o, specularmente, nell’insufficienza verbale, che nemmeno la maestria metrico-prosodica, alternando parole ridotte all’osso a suggestive soluzioni fonosimboliche, riesce a compensare: «Labirintico è il salire alle / conformazioni stellari, // scambiare parole ormai / ignifughe all’ideale, / come fosfeni di stelle critiche, o già spente».

L’esercizio della poesia è pertanto faticoso, assimilabile allo sforzo dell’ascensione, tanto che «passo dopo passo» equivale a «verso dopo verso». È uno sforzo frustrato, spesso, e frustrante, dal momento che «sul nulla raccordano / i ponti e le parole».

La verità, come la vetta del Monviso che ne è la cifra emblematica, rimane fuori della nostra portata: «In regioni alte fabulando, s’invola la parola / e si slabbra in onde foniche / d’ironiche cosmiche querimonie». Non resta allora che cercarla, tra ironia e satira – sulla scia dell’ultimo Montale -, nelle spicciole occasioni di tutti i giorni, nelle contraddizioni o nelle aporie della vita, e godere, tra una moralità e l’altra, «del poco verde che rimane».

Beppe Mariano, Attraversamenti. Poesie 2011-2017, Interlinea, Novara 2018.


Le opinioni dei lettori

Rispondi

La tua email non sarà pubblicata. * Campi obbligatori



The Gentlemen's family

ElecTO Radio

Current track
TITLE
ARTIST