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La mostra “Arma il prossimo tuo”, in programma al Museo Nazionale del Risorgimento di Torino, ha riscosso un grande consenso nei visitatori e proseguirà fino al 9 settembre.

Firmano questo progetto inedito i fotoreporter Roberto Travan e Paolo Siccardi che hanno selezionato tra le centinaia di fotografie scattate durante la loro permanenza nelle zone di guerra, un elemento che un po’ accomuna tutti i conflitti e tutte le religioni: la fede.

Questa mostra ha l’obiettivo di fare emergere i modi con cui la fede viene vissuta nelle zone di conflitto e offre un’occasione per confrontarsi sulla responsabilità delle religioni nelle guerre di oggi.

Molte guerre nel corso della storia sono legate a problemi di convivenza fra persone di cultura differente ed hanno coinvolto molte religioni diverse.

Il Cristianesimo è certamente stato un fattore presente in molti conflitti nel corso dei suoi 2000 anni.

Nell’islamismo vediamo il concetto di jihad, o “guerra santa” la parola jihad significa letteralmente lotta, ma il concetto è stato usato per descrivere il conflitto armato nell’espansione e nella difesa del territorio islamico.

La mostra offre un’occasione per confrontarsi sui grandi conflitti che scuotono il mondo, sempre più violenti, feroci ed insensati, ma anche su pace, riconciliazione e responsabilità delle religioni durante le battaglie.

Stiamo vivendo in un’epoca in cui i conflitti invece di diminuire aumentano ed è nostro dovere continuare a discutere, riflettere sul perché le guerre attingano da motivazioni religiose per armare i popoli e giustificare la lotta tra il bene e il male.

Il rapporto tra guerra e fede è spesso un rapporto segnato da contraddizioni, che vengono evidenziate in centodieci scatti, la maggior parte in bianco e nero, che vogliono fare emergere storie di uomini che pur deturpati nel corpo e nell’anima continuano con coraggio le loro vite.

Tra le tante curiosità della mostra, Roberto Travan ci svela come questa sia nata in maniera del tutto casuale riordinando il suo archivio fotografico, rivedendo gli scatti realizzati nei Balcani, in Ucraina, in Siria, in Israele, in Africa, in Iraq dove è emerso un aspetto messo fino ad ora poco in evidenza, la fede di chi è costretto a vivere in mezzo alle sofferenze e alle distruzioni delle guerre.

Roberto Travan ci tiene a sottolineare che “questa mostra non è un lavoro sui conflitti religiosi o sull’epocale scontro tra Islam e Occidente. È semplicemente il tentativo di raccontare ciò che resta di Dio in quei luoghi dove la vita e la morte sono separate da una linea sottilissima spesso tenuta insieme proprio dalla fede. Un filo sintetizzato nell’immagine scelta per presentare la mostra, il combattente ucraino con il crocifisso lucente infilato nel cinturone vicino al pugnale e al Kalashnikov: si chiamava Serghey, un mese dopo lo scatto fu ucciso dai separatisti filorussi”.

La mostra è accompagnata da un commento di Domenico Quirico, storico inviato de La Stampa, che ci fa comprendere che gli uomini alle soglie della morte, non possiedono più i colori della vita ma grazie a questi scatti nella nostra memoria non saranno più persone invisibili.


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