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I giorni di Novembre, da Ognissanti a San Martino, o più esattamente dalla notte del 31 ottobre all’alba dell’11, hanno una strana atmosfera. Sono giorni, e soprattutto notti particolari. In molte tradizioni popolate di presenze fantastiche. Magiche.

In genere si crede che certe “presenze”, fate, folletti, gnomi appartengano al folklore, ovvero alle tradizioni di popoli del nord. Popoli di stirpe celtica o germanica. Mentre noi mediterranei, figli ancorché degeneri, della civiltà ellenica, sembriamo ammantati da un congenito scetticismo, che ha ormai da tempo derubricato le figure del mito a mere favole per bambini. O le ha vivisezionate con la ragione, finendo con l’ucciderle. Eppure, basterebbe andare oltre la parvenza e guardarsi un po’ intorno, per recuperare quella dimensione fantastica che nulla ha da invidiare a quelle del mondo irlandese. Che ha però avuto in sorte un Yeats, capace di narrarla senza svuotarla della sua magia. Anzi.

E poi l’Italia è una realtà, geografica ed etnica, molto complessa. Una penisola che si protende sul Mediterraneo sino quasi a sfiorare il Maghreb arabo. Ma che, all’estremo opposto, si salda con le Alpi al mondo dei celti e dei germani.

Una terra di transito. Ove i popoli più diversi si sono scontrati, incontrati, mescolati. Fondendo culture e credenze. Fondendo i loro miti e leggende.

Così possiamo passare dalle tradizioni siciliane sugli spiriti che vagano nella notte dei morti, e che sembrano dei Jinn usciti dalle pagine delle Mille e Una Notte, all’arco alpino. Dove le solitudini delle vette, i silenzi dei boschi di conifere tengono ancora in vita un immaginario acceso. Popolato di esseri straordinari. Un immaginario portato, in gran parte, dalle migrazioni galliche, da quei celti di cui, forse, le genti ladine dell’arco orientale rappresentano l’estrema discendenza.

Mentre genti di ascendenza germanica, Cimbri e Mocheni, dispersi tra valli ed altipiani di Veneto e Trentino, mantengono ancora viva, nelle loro parlate arcaiche, l’eco di altre narrazioni, come quella, inquietante, della Cavalcata Selvaggia. Che si lega, appunto, al giorno dei Morti. Una schiera di spettri ed esseri fantastici che cavalcano nella notte. Alla loro testa una figura inquietante, talvolta trasformata in una sorta di Grande Capro dalle paure sorte con il Concilio di Trento.. Ma che, in origine, aveva sì un aspetto spaventoso, ma anche maestoso e solenne. Con il cavallo nero dalle cui froge uscivano fiamme e gli zoccoli che scatenavano il rombo del tuono. Un cavallo, forse, ricordato dal Carducci – il poeta/professore con una profonda sensibilità per miti e leggende – quando scrisse la Leggenda di Teodorico. Carducci che, per inciso, sulle Dolomiti, ad Auronzo, era solito trascorrere le estati fuggendo l’afa di Bologna.

È la memoria, su quel cavallo nero, di un dio antico, cui spettava la prima scelta tra i caduti in battaglia. I germani lo chiamavano Wotan. I sassoni Wodden. Ma nell’Edda norrena è Odino.

Se nelle notti di novembre ci si avvicina a qualche fonte o lago alpino, là, tra Veneto e Trentino, bisogna invece stare attenti. Perché si potrebbe incontrare un’anguana. Una donna bellissima, dai lunghi capelli rossi sciolti sulle spalle e stillanti acqua. Le vesti bianche o multicolori. Gli occhi dello stesso colore del sottobosco illuminato dalla Luna. Bisogna stare attenti, non perché possa uccidere. L’anguana, nelle leggende ladine è gentile, anche se, talvolta, può apparire dispettosa e inquieta. Ma è pericolosa perché viene dall’altro mondo dove risiedono, nell’eternità, gli spiriti dei defunti e le antiche creature magiche. Ed è pericolosa, sopratutto, perché non umana, e può sedurti, ispirarti una passione che ti impedirà di amare ogni altra donna. Che arderà in te sino alla fine dei tuoi giorni.

Le anguane sono ninfe delle fonti, per fare un parallelo con il lessico del mito greco. E sono maestre di tutte le arti, del tessere come del canto. Appaiono in molti cicli di leggende alpine, da quello, epico, dei Fanes, a quello più romantico di Ey de Net e della Soreghina. La luzienda Soreghina, la Figlia del Sole, amata da Ey de Net, il guerriero della notte, che ritorna ancora in un vecchio canto corale delle valli ladine.

Valli dove resta, ancora vibrante, l’eco di un mondo d’incanti e figure fantastiche che dovremmo saper recuperare. Per recuperare noi stessi, le nostre radici. Magari passeggiando tra le nebbie di Novembre che tutto sfumano nei colori della fiaba, tra boschi di abeti e larici.


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