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Il cortometraggio ha una forma e una strategia narrativa tutta sua: corre verso un colpo di scena finale.

Così apre Alberto Rollo, curatore della serata Amazing Endings organizzata il 18 settembre al Wanted Clan di Milano: la sala di Via Vannucci interamente dedicata agli amanti del cinema, nata per proporre voci e linguaggi rivoluzionari e inediti.

Grande successo per il secondo appuntamento a tema cortometraggio, dopo l’esperimento della scorsa primavera sempre ospite nello spazio di Porta Romana, pensato per parlare di cinema, guardare un film e bere nel frattempo un bicchiere di vino.

Il format della serata oramai è consolidato – continua Rollo, intellettuale di spicco, tra le altre cose editor e critico – ad ogni appuntamento proporremo almeno due registi stranieri e uno italiano”.

Così la sera del 18 settembre sono stati proiettati Bear dell’australiano Nash Edgerton, Fallet del norvegese Andrea Thaulow e due corti dell’italiano Samuele Romano.

Nash Edgerton, attore e stuntman per prestigiosi progetti, si dedica ai cortometraggi dal 1996 quando esordisce con Loaded e ha all’attivo – per adesso – due lungometraggi: The Square (2008) e Truffatori in erba (2018). La peculiarità del suo lavoro per i film brevi è che il colpo di scena, l’amazing ending di cui sopra, raddoppia. Bear ne offre un chiaro esempio: protagonista una giovane coppia e già dalle prime e lente immagini capiamo che c’è odore di lite. Poche scene nell’abitazione, tempo di una colazione in fretta e furia, e la telecamera si sposta all’esterno: nel bosco dove la ragazza si allena, da sola. È lì che il fidanzato si apposta travestito da orso, per una vera e propria sorpresa di compleanno. Ma, dopo un tragico e imprevisto epilogo, sarà lo stesso costume a costare al ragazzo ben più di una ramanzina amorosa: vedere per credere, obviously.

Ancora protagonista una giovane coppia nel lavoro del norvegese Andrea Thaulow, regista formatosi a Copenhagen e anche alpinista. Proprio sulle montagne nel Nord della Norvegia si svolge Fallet, in un contesto in cui la fiducia è un imperativo categorico per arrivare sani e salvi alla meta: Agnes e Ragnar si stanno arrampicando, felici dell’escursione e apparentemente affiatati, ma quando la ragazza scopre accidentalmente un segreto tradimento del compagno tutto cambia rapidamente. Forse una trama più scontata, dal sapore già visto, ma la delicatezza del colpo finale e l’elevata qualità della fotografia fanno meritare a Fallet il tempo di uno sguardo.

Dopo i due registi esteri arriva il lavoro di un conterraneo: Samuele Romano, che dopo il diploma alla London Film School è rientrato a Milano dove dirige pubblicità, documentari, cortometraggi e insegna al CSC della città meneghina. Certo, perché come ha anche ribadito Alberto Rollo, andare avanti con solo cortometraggi è dura e per tante ragioni. Spesso l’artista vede il corto come un passaggio obbligatorio del suo percorso, una forma con cui esercitarsi prima di passare a progetti più ampi. Inoltre il mercato a tema cortometraggi è praticamente inesistente, il corto non è un prodotto che lo spettatore cerca abitualmente, non ci sono piattaforme ad hoc se non eccessivamente di nicchia.

E per amanti specializzati, quasi addetti ai lavori, sono pochi anche i festival e i concorsi dedicati. Tolte le pubblicità e i documentari, questi ultimi ancora più settoriali, sono poche le occasioni per fare un cortometraggio narrativo.

Un caso diverso è offerto da SKY, che cerca corti di pochi minuti da trasmettere tra un film e l’altro nel suo palinsesto di programmazione sui canali Cinema. E’ proprio questo il caso di La mensola di Giulia di Samuele Romano, proiettato a fine serata al Wanted Clan: la storia di un aspirante suicida che dopo due maldestri tentativi con il gas di scarico dell’auto e con il cappio intorno al collo troverà un improbabile aiuto dai due vicini.

Ultima proiezione leggermente fuori dalle righe, sempre per la regia di Samuele Romano: Camille e Mariuccia, un “corto non corto” visto che rispetto ai canonici cinque/dieci minuti ha una durata di quasi mezz’ora. I tempi sono in effetti troppo dilatati, e la trama del road trip, seppur all’italiana, non accelera: due vicini di casa, uno giovane appena lasciato dalla ragazza francese di cui è ancora innamorato, e che gli ha lasciato un amabile furetto in casa, e un signore che potrebbe essere suo padre per età. E’ il più anziano che ha bisogno di aiuto: deve recarsi dai Carabinieri, che potrebbero aver trovato la moglie scomparsa; ma da solo non se la sente di andare e recluta il vicino ancora afflitto dall’abbandono per tenergli compagnia e farsi forza. Forse si sarebbero perdonate al regista le scene eccessivamente dilatate se ci fosse stato in effetti un colpo finale, che si aspettava ma che non è arrivato (sarà questa la sorpresa?) a salvare la quasi mezz’ora vigile; quel che però piace del lavoro di Romano è, ancora una volta, la grande abilità con la macchina da presa e la fotografia dal sapore italiano.

Perché alla fine è questo che conta? Al cortometraggio si richiede solo di essere cinque minuti di belle riprese con musica appropriata in sottofondo? Un prodotto da social che richieda poca attenzione da vedere sui vagoni della metropolitana? No, assolutamente no: il buon corto è come un racconto, deve contenere in sé tutto il respiro di una storia, deve trasmettere in poche battute e in ancora meno scene quel senso del compiuto che a un film richiederebbe almeno un’ora e mezza e a un libro minimo duecento pagine. Per questo è più difficile; lo sa bene Maupassant che, scritto un racconto per caso e sentita la sfida più ardua, decise che si sarebbe dedicato solo più a scritti brevi. Che succeda il contrario nel mondo cinematografico, invece, è davvero dura.


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