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Questa silloge poetica si articola in tre sezioni: «Luoghi e nonluoghi», «La guerra e altri misfatti», «La perfezione del giorno».

Quest’ultima comprende la lirica eponima che funge pure da titolo del libro. Su di essa converrà dunque soffermarsi.

Ubbidisco all’ora, alla stagione, / mi ritiro nella stanza.

Così comincia: l’io lirico sembra coincidere appieno con l’io biografico. Tutto fa pensare all’estate, quando il pieno espandersi della luce (e giustamente Pietro Gibellini, nella sua «Prefazione», ricorda che l’idea o l’impressione della luce è implicita nella parola «giorno»: si pensi al francese jour) invita a cercare sollievo nell’angustia di un buen retiro, che diventa, leopardianamente, una privilegiata specola contemplativa:

ma spazia lo sguardo alto sul colle / nell’indiviso respiro del senso.

È l’ora panica del meriggio, quando tutto sembra respirare all’unisono, pacificato, e tutto sembra avere senso, come suggerisce, sùbito dopo, «la certezza del giusto protendersi del mare» che la voce poetica “legge” nel «volto familiare» di chi le sta accanto.

Così come “legge”, da ispirata chiromante, «la perfezione del giorno in una mano».

La poesia è dunque un saper leggere i segni (del tempo), nel saperli interpretare o, per meglio dire, divinare: operazione, questa, che richiede raccoglimento, concentrazione, messa a fuoco. Oltre, ovviamente, a una certa sapienza intuitiva. Solo così lo sguardo potrà spaziare alto, guardare oltre. In profondità (altus in latino è anche “profondo”).

Quella di Alessandra Giappi è una poesia che spesso e volentieri nasce, montalianamente, dall’hic et nunc, dall’assecondare le occasioni che le offrono tempi e luoghi: è in questo senso che, secondo noi, va inteso il verso d’apertura della lirica summenzionata.

Del resto, è lei stessa a dichiarare in limine: «Vado in un luogo perché il suo cielo mi parli». E pazienza, poi, se non tutti i luoghi sono raggiungibili, vale a dire se non sempre si possono davvero «significar per verba». O se si tratta di “nonluoghi”.

La natura contingente dell’ispirazione è peraltro confermata ad abundantiam dalla straordinaria frequenza dei deittici (“qui”, “questo”, “questa”, ecc.).

Un esempio:

Prendi i frutti di questa stagione / rossi, viola: nemmeno loro / hanno prospettive di perennità. / Considera quindi il sole, / che a Helsingborg dura più che altrove, / ma che poi trapezoidale affonda / nel turchese. Allora perché proprio noi / dovremmo temere l’impossibile / eternità delle cose che diciamo / e che sentiamo scorrere.

Il titolo della lirica (neanche i boschi hanno prospettive) – così in corsivo e chiuso tra parentesi, come tutti gli altri – allude, con effetti «di sottovoce e di penombra», «al margine di indicibilità insita nel moderno far poesia» (Gibellini).

La poetessa è attenta, attentissima, ai fenomeni, ma non si arresta mai alla superficie, non si ferma ai segni esteriori, che anzi diventano, nei suoi versi, stimoli ed oggetti di riflessione, di scavo, forieri quindi di messaggi che li trascendono.

Per tradursi infine in una utile lezione. Gli imperativi colloquiali sono appunto funzionali al carattere didascalico, quasi sillogistico, della dimostrazione. C’è nella realtà un senso riposto, da decifrare. E se l’essenza delle creature è di natura temporale, se la caducità, lo heideggeriano essere-per-la-morte, è dunque un destino comune, quello che conta è, per dirla con Montale, «scendere senza viltà».

O come dice la Greppi:

basta tenere saldamente il posto / nelle sale d’aspetto della terra;

ovvero

giungere all’ultimo giorno consentito / non voltando le spalle, / con fragile ironia / in modo impeccabile andarsene.

La poesia è nelle cose, anzi nello «splendore delle cose», nella vita stessa, che pure appare segnata dallo stigma dell’inappartenenza.

Si veda (l’evento):

Lo aspetti per anno il colpo di vento: / la vita la vedi subito dopo / che è passata.

Proprio come nel buzzatiano Deserto dei tartari.
«Le parole registrano il mondo».

Allo sguardo della poetessa, «fermo sull’epoca», non sfugge né «la piena» né «la risacca».

Ella attraversa «una stagione di cenere e di frane» e sente, «intero, il brivido del secolo». Commossa e costernata assiste all’assedio del Tibet, all’attacco alle Twin Towers, alla guerra che infiamma la Terrasanta, e ricorda con accorata passione la strage di Piazza della Loggia, a Brescia, la sua città: un evento traumatico che ha segnato a fondo la coscienza collettiva («non siamo stati più gli stessi di prima»).

La poesia sa farsi memoria, ammonimento, preghiera. L’etica informa e supporta l’estetica, in positivo: a favore della pace, contro la violenza omicida, in nome di una humanitas che si pone come discrimine tra gli assassini da un lato e chi dall’altro «produce miele / e liquori d’erbe e siede allo scrittoio / e per ore ascolta le nascenti parole».

Tra uomini e no, insomma.

E la dimensione orizzontale, quella connaturata ai viaggi, all’esplorazione di luoghi e nonluoghi, s’incontra e s’incrocia con quella verticale: con la memoria letteraria, che vale a stornare ogni sospetto di mera curiositas dal diario odeporico della prima sezione e ad arricchire l’esperienza di echi emozionali, di rifrazioni culte che, nella loro spontaneità, non appaiono mai manifestazioni di narcisismo intellettuale; ma anche con una tensione spirituale che sa traguardare al «cielo» e verso il cielo protendersi (ne sono simbolo gli alberi) e punta a cogliere, al di là e al di sotto delle evenienze terrene, tanto dei fatti di cronaca quanto degli snodi epocali, in filigrana, un senso recondito, un significato segreto: quel mistero, insomma, che la poetessa, con augurale trasporto, vorrebbe rivelare a «un bambino venturo», riassumendo, se fosse possibile, «la vita in una strofa».

Conscia di vivere in un mondo difficile, in «un tempo in cui tutto si frantuma», nella (lettera a un bambino prima della fine del mondo), ella, in una sequenza anaforica di imperativi, lo esorta a «non temere la neve che a maggio / talvolta sfida le rondini», a «non lasciare cadere le parole», ad aspettare «l’amore con pazienza», ad allietarsi «della palma / che dal cortile arriva fino al cielo».

C’è insomma del «bello» e del «buono» nella vita, e tocca alla perspicacia di un «pensiero attento» coglierlo (magari in qualche heideggeriana «radura») e tradurlo «in senso».

Proprio questo, anzi, è il compito che la Giappi affida alla poesia: sulla scia stavolta dell’amato Luzi più che non dell’ammirato Montale.

E bastano – crediamo – i pochi scampoli da noi riportati a far comprendere come, attraverso un assiduo uso simbolico del paesaggio, dei correlativi oggettivi non meno che di un cifrario metaforico talora arduo da penetrare, eppur sempre puntigliosamente calcolato, in una versificazione d’impeccabile nitore, «con limpidi colori di china» (come ben nota Gibellini), ella s’ingegna di arginare l’entropia di un mondo in cui «la virtualità è finalmente universale», di opporsi all’ineluttabile sfaldarsi di una memoria che «non insegna», alla voracità di un presente che assume i connotati di un nonluogo, se è vero che «tutto accade lontano da qui» e noi «siamo / in questo luogo assente».

Quando «la perfezione del giorno» sembra svanire e si vedono «gli amici incamminati / su una strada facile / che conduce alla morte», quando «mette fretta il vento di ottobre» e si vorrebbe che «fosse già cenere la sera / che sereno alterna a raffiche di pioggia», la poesia si ostina, nonostante tutto, a dire la sua gratitudine alla vita e a ribadire la sua (pur trepida) fede nella «luce» che, una volta spenta, ancora ci «aspetta».

E sarà un “altro” giorno, un’“altra” luce, allora, di cui questa è solo un riverbero. O un assaggio.

Alessandra Giappi, La perfezione del giorno, Nino Aragno Editore, Torino 2017.


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