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Alessandra Appiano aveva dedicato tutta la sua produzione letteraria alle donne impegnandosi a raccontare il complesso universo femminile per descriverne le gioie, le delusioni e i fallimenti.

La morte di Alessandra Appiano ci ha colpiti tutti soprattutto perché quel gesto estremo è stato compiuto da una conduttrice e autrice di trasmissioni di successo. Sposata con il giornalista del Fatto Quotidiano Nanni Delbecchi, era un’opinionista nota in molte trasmissioni come Mattino 5, la Vita in diretta e Torto o ragione.

Nel 2003 aveva vinto il premio Bancarella con il romanzo “Amiche di salvataggio” e da quel momento in poi Alessandra dedicherà tutta la sua produzione letteraria alle donne. L’ultimo suo libro, “Ti meriti un amore”, è la descrizione sensibile e attenta di un universo femminile, il ricordo di una vicenda che ha scosso l’opinione pubblica, l’uccisione della professoressa Gloria Rosboch per mano del suo allievo Gabriele Defilippi, un progetto letterario dove la scrittrice attraverso la sua profonda intelligenza e sensibilità mette in luce le nuove emozioni di una donna di cinquant’anni, vittima del giovane, che le estorcerà i soldi attraverso l’illusione e l’inganno di andare a vivere insieme per poi al contrario ucciderla.

Alessandra commenta così l’avere preso a cuore il caso della professoressa Rosboch: “Considerata come la donna che non aveva diritto ad innamorarsi. Sono rimasta colpita da come i social l’hanno trattata. Io ho cercato di riscattarla”.

La scrittura per Alessandra Appiano rappresentava una necessità per esprimere le difficoltà, un modo per esprimere la propria identità. Si scrive perché spesso si ha paura della vita e della morte per esorcizzare la paura del buio che c’è nell’animo umano, fino ad identificarsi con tutti i soggetti della storia narrata. Ci si affanna a tessere sogni e raggiri. Leonardo Sciascia afferma che è inevitabile il processo di identificazione dell’autore in ciò che scrive.

Essere una scrittrice di successo e di una sensibilità rara come Alessandra Appiano rende difficile tenere le briglie di un’identità complessa da governare. Raccontare storie spesso dolorose significa mettere in scena un dramma interiore spesso oscuro e pericoloso. Molte volte la necessità di creare, attraverso i propri romanzi, un mondo dove contrastare la realtà e attenuarne gli effetti più dolorosi rappresenta uno dei modi per interpretare un presente ambiguo e confuso e districarsi così da contraddizioni, infrazioni e fragilità.

Il suicidio è una decisione che viene dalla disperazione, dall’isolamento, dalla solitudine. Un buco nero nel quale si sprofonda senza via di uscita dove ci si sente intrappolati e isolati. Ma è la depressione che divora l’anima, portandola nel vortice della mancanza di alternative anche in una vita costellata da grandi successi come quella di Alessandra Appiano.

Ma il suo impegno per affermare i diritti delle donne si esprimeva oltre che con la scrittura anche attraverso il suo impegno come ambasciatrice dell’organizzazione Oxfam per aiutare le donne del Monzambico. Il suo messaggio era chiaro: “Insieme noi donne possiamo fare la differenza. Cerchiamo di esserci l’una per l’altra, prendiamo per mano le nostre sorelle meno fortunate”.

Tutte noi donne dovremmo prendere esempio da questo spirito di sorellanza che Alessandra, con tutte le sue forze fino a rimanerne vittima, ha voluto trasmetterci attraverso il suo pensiero e sapere cogliere i segni di disagio di chi ci sta accanto anche attraverso il grido di aiuto dei suoi ultimi pensieri: “Devo iniziare a prendermi cura di me, ergo a prendermi la responsabilità di amarmi, guai ad affidare agli altri il proprio destino, il proprio progetto di felicità. Proverò quindi a volermi bene o almeno a perdonarmi. Smettendo di giudicarmi, condannarmi, vergognarmi”.

Sento di farmi portavoce di un’opinione pubblica che si stringe nella perdita di una donna straordinaria e che non si permetterà mai di giudicare e condannare Alessandra Appiano per il suo gesto estremo, ma che invece idealmente l’abbraccerà per avere ceduto così come amava dire lei ad un momento di umana fragilità.


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