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Quattro anni fa, il 28 maggio del 2016, ci lasciava Giorgio Albertazzi, uno dei più importanti e popolari attori italiani del secondo dopoguerra.

Era nato a Fiesole nel 1923, in una dépendance della villa “I Tatti”, in cui prestava servizio suo nonno Raffaele; un edificio rinascimentale che apparteneva a Bernard Berenson, uno dei più grandi storici dell’arte di tutti i tempi (per non dire “il più grande”). Forse l’aria respirata da bambino maturò in lui la vocazione artistica che lo portò a calcare le scene per oltre sessant’anni riscuotendo successi per ogni dove.

Appena ventenne, nel 1943 aderì alla Repubblica Sociale Italiana, ricoprendo il grado di sottotenente nella 3ª Compagnia della “Legione Tagliamento” della GNR. Dopo la sconfitta fu arrestato per collaborazionismo (sic!) e processato con l’accusa, rivelatasi poi infondata, di aver comandato un plotone di esecuzione. Trascorse due anni in carcere alle Murate di Firenze, a Bologna e a Milano, per essere poi liberato nel 1947 a seguito della cosiddetta “amnistia Togliatti”.

Il suo volto divenne popolarissimo in televisione, dove esordì ad appena 26 giorni di distanza dall’inizio delle trasmissioni della RAI. Da allora alternò frequenti presenze televisive ad un’intensa attività teatrale, e a qualche apparizione cinematografica: notevole fu quella nel film “L’anno scorso a Marienbad” di Alain Resnais. A teatro esordì con una commedia di Shakespeare, autore che via via divenne uno dei suoi cavalli di battaglia, tanto che una sua foto compare nella galleria dei grandi interpreti shakespeariani del Royal National Theatre di Londra unico attore non di lingua inglese.

La sua consacrazione definitiva avvenne nel 1969 quando interpretò e diresse per la televisione “Jekyll”, tratto dal romanzo “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” di Robert Louis Stevenson. Fu un trionfo, che gli consentì di lavorare a suo piacimento con i più grandi attori e registi dell’epoca, su testi che andavano dal teatro greco agli autori contemporanei.

Collaborò anche con il futuro premio Nobel per la Letteratura Dario Fo, che aveva conosciuto ai tempi della comune militanza nella repubblica di Salò. Ma al contrario del suo ex commilitone, del quale restò sempre grande amico, non rinnegò mai, anzi rivendicò sempre, la sua adesione alla repubblica mussoliniana, dimostrando una coerenza da uomo con la schiena dritta.

Dotato di una prorompente energia scenica, e non solo, nonché di una memoria prodigiosa, ha recitato fino al 2015, quando ha portato sulle tavole del Teatro Ghione di Roma “Il Mercante di Venezia” del suo amato Shakespeare, in cui interpretava la parte nient’affato semplice di Shylock.


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