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L’hanno definita la “Traviata degli Specchi” l’opera verdiana in scena in queste settimane al teatro Regio di Torino, per la regia di Henning Bockhaus, le scene di Josef Svoboda e la direzione di Orchestra e Coro del Teatro Regio da parte del maestro Dante Renzetti.

Questo allestimento, che proviene dallo Sferisterio di Macerata e dalla Fondazione Pergolesi Spontini, indaga il sottile confine presente tra la natura intima di Violetta e la sua immagine pubblica, sottolineata da un enorme specchio inclinato presente in scena, capace di moltiplicare, da tutti i molteplici punti di vista, l’oggetto del desiderio.

Sul podio Donato Renzetti, che ha già riscosso un certo successo nell’ultimo Falstaff.

Gli specchi utilizzati nell’allestimento sono i cosiddetti “specchi piuma”, marchio brevettato negli anni Settanta, molto leggeri, che pesano, quando montati insieme, circa 300 kg, che aumentano fino a 2 tonnellate con la struttura di supporto.

Definita da Giuseppe Sinopoli quale straordinario esempio di “arte povera”, la Traviata fa parte della nota trilogia romantica verdiana, insieme al Trovatore ed al Rigoletto, alle cui fasi conclusive la sua genesi venne a sovrapporsi.

Fu ispirata a Giuseppe Verdi da una storia di un personaggio realmente esistito, trasposto poi in ambiente decadente, di una ragazza di facili costumi di nome Marie Duplessis, morta a soli 23 anni di tubercolosi, frequentatrice di ambienti intellettuali e di personaggi del calibro di Liszt, Alfred de Musset e dello stesso Dumas, che ne trasse ispirazione per il suo dramma intitolato “Dame aux camelias”, rappresentato a partire a partire dal febbraio 1852 al Theatre de Vaudeville a Parigi.

Nella sua prima esecuzione, nonostante poi il clamoroso successo degli anni successivi, registrò un fiasco al teatro La Fenice di Venezia, il 6 marzo 1853, per poi riscattarsi sempre a Venezia.

La Traviata degli specchi debuttò nel lontano 1992 allo Sferisterio di Macerata. Nella sua essenzialità la scenografia di Josef Svoboda rimane un autentico capolavoro, significativo per il ribaltamento degli spazi, in quanto i fondali sono, in realtà, distesi a terra come tappeti, per l’accartocciarsi progressivo degli ambienti e per la capacità di definirli come sapienti collage di opere d’arte ed antiche incisioni.

La scenografia pensata da Svoboda consiste in una serie di teli dipinti appoggiati a terra, che vengono via via sfilati da assistenti di scena e che si riflettono su di un grande specchio, tale da creare l’effetto di un fondale.

Sono presenti dipinti raffiguranti cortigiane, che caratterizzano il primo atto; il disegno di una casa di campagna, poi un immenso prato di margherite.

Interpreti di questo melodramma in tre atti, tra gli altri, nel ruolo di Violetta la soprano Maria Grazia Schiavo ed in quello di Alfredo Germont il tenore Dmytro Popov, in un’opera che ben esprime la denuncia dei pregiudizi e delle ipocrisie presenti nella società borghese contemporanea a Verdi, di cui lui stesso fu vittima per la relazione con Giuseppina Strepponi.


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