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Luciano Ventrone è uno dei più grandi pittori italiani viventi. Per non dire di più.
Al maestro romano, ma di origini campane, la città di Gualdo Tadino ha dedicato una importante mostra intitolata “Luciano Ventrone, Meraviglia ed estasi”, inaugurata il 15 aprile e che resterà aperta fino al prossimo 28 ottobre presso la chiesa monumentale di San Francesco.

Ventrone è uno straordinario interprete dell’iper realismo.

Le sue opere appaiono così perfette da essere scambiate per fotografie, tanto che Catia Monacelli, Responsabile del Polo Museale della cittadina umbra, ha dichiarato “I visitatori non si limitano ad ammirare le opere, ma le toccano, nonostante i ripetuti divieti ed i continui richiami. Siamo costretti continuamente ad intervenire ed abbiamo dovuto raddoppiare le misure di sicurezza”.

Ma la notizia clamorosa è che, recentemente Facebook ha censurato il post dedicato alla mostra in quanto “contiene un’immagine che mostra eccessivamente il corpo o presenta contenuti allusivi“. In altre parole contiene l’immagine di “due bellissimi fondoschiena“.

Infatti il percorso espositivo, oltre alle nature morte che caratterizzano l’opera dell’artista, comprende anche due rari nudi, “Il filo di perle” e “Intimi momenti“.

E’ incredibile – commentano gli organizzatori Vittorio Sgarbi e Cesare Biasini Selvaggi – che il più famoso social network censuri un nudo artistico, metafisico, quasi trascendente nella sua universalità, come quello del maestro Luciano Ventrone“.

Ma si sa: mentre sul web si possono trovare con estrema facilità tutte le varianti del porno, da quello più soft a quello più estremo, si finisce con il non saper più distinguere tra l’arte e la spazzatura. Ma forse non è un caso che a fare le spese di tale confusione sia uno degli artisti italiani più acclamati che però ha, da sempre il torto di non essere politicamente allineato. Lo dimostra il fatto che per imporsi, negli anni settanta (Ventrone è nato nel 1942), l’artista sia dovuto emigrare in Giappone, salvo poi essere introdotto nel suo paese d’origine da un critico altrettanto poco allineato come Federico Zeri.


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