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Navigare necesse est. O perlomeno muoversi. Così nel giorno di San Marco patrono di Venezia, il 25 aprile, ci si può dedicare alla lettura della storia di un veneziano salpato alla volta dell’Oriente.

No, non si tratta di Marco Polo ma di Nicolò Manucci che nel Seicento partì quindicenne per scoprire il mondo e si fermò in India per il resto della sua vita. Una vita fuori dal normale.

Il ragazzo si era imbarcato di nascosto conoscendo il veneziano (la lingua di Goldoni ignota ad Alessandra Moretti ed ai giudici romani) ed un poco di italiano. E si ritrovò alla corte Moghul parlando il persiano, l’urdu, il francese e l’inglese.
Non sapeva fare praticamente nulla e divenne capo artigliere e poi apprezzato medico, con tanta fortuna molto impegno ed uno spirito di avventura che gli permetteva di affrontare qualsiasi situazione.

La storia della sua vita è raccontata, con dovizia di particolari e con stile brillante, da Marco Moneta nel libro “Un veneziano alla corte Moghul”, UTET editore, 314 pagine per 20 euro ben spesi.

Un libro interessante perché Moneta ha la capacità di inquadrare il contesto, i luoghi, gli avvenimenti del periodo, rendendo viva ed attuale la vicenda di Nicolò Manucci. Peccato che, a volte, l’autore scivoli in considerazioni sulla situazione attuale che, oltre ad essere fastidiosamente politicamente corrette (e dunque sbagliate), interrompono la narrazione e il salto nel passato in cui ha condotto il lettore.
Per fortuna gli incisi contemporanei sono brevi e ci si può tornare ad immergere nell’India del Seicento con lo sguardo di Manucci e di Moneta che sfatano falsi miti, che correggono interpretazioni sbagliate legate soprattutto al razzismo Inglese nei confronti di un mondo diverso da quello britannico.

Grandi ricchezze, grandi architetture, grande cultura, grande tolleranza che non esclude una grande ferocia. È l’India prima dell’occupazione inglese. Manucci, nei suoi racconti, non sempre condivide usi e costumi.

D’altronde anche gli europei che, sempre più numerosi, approdavano sulle coste indiane rappresentavano una fonte di curiosità ed anche di fastidio per usi considerati perlomeno strani. Erano gli impuri.

Ma l’India si incuriosiva per questi nuovi stranieri e li tollerava, li aiutava. La globalizzazione era già realtà tra mercanti arabi, cinesi, afghani, persiani, uzbeki. E la convivenza, non facile, tra indù e musulmani portava anche all’accettazione di cattolici, protestanti. Con conversioni che, molto spesso, erano solo un espediente momentaneo.

Un libro da far leggere ai giudici della Corte Costituzionale che ignorano la storia di Venezia.


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