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A volte sarebbe necessario un bravo editor per trasformare un libro interessante in un bel libro. Perché il volume di Gianni Scipione Rossi, “Lo squalo e le leggi razziali” (Edizioni Rubettino, 14 euro per 285 pagine), è sicuramente interessante ed è anche ben scritto.

Ma è presentato in modo confuso, con continui salti di tempo e di spazio. E questo lo rende meno godibile quando, invece, l’argomento è trattato con estrema dovizia di particolari, con intelligenza e competenza.

Indubbiamente occuparsi della “vita spericolata di Camillo Castiglioni” non era facile. Ebreo triestino, irredentista ma fornitore degli aerei austriaci che combatterono contro gli italiani; pescecane di guerra che, grazie al conflitto, divenne ricchissimo; sostenitore dell’avventura fiumana; banchiere, industriale di primo livello (anche la Bmw tra i suoi trofei); fascista non della primissima ma almeno della seconda ora; mecenate. E tanto altro ancora.
Un uomo complesso, poco amato sia dai fascisti che finanziava sia dagli altri ebrei. Generoso ma anche vendicativo, lamentoso e supplicante, cinico e indifferente alla rovina altrui. Uno degli uomini più ricchi al mondo, per alcuni anni, eppure completamente dimenticato dopo la sua scomparsa.

Forse imbarazzava la sua figura di ebreo fascista o, molto più semplicemente, non c’è perdono per chi è sconfitto e passa dagli altari alla polvere.

Il libro di Gianni Scipione Rossi racconta tutta questa vita complessa, con dovizia di particolari, con documenti preziosi, con lettere private. Ripercorre puntualmente l’ascesa ed il declino finanziario ed industriale, la sconfitta e la ripresa. Perché Castiglioni non era certo il tipo disposto ad arrendersi ed a rinunciare. Grasso, fisicamente fastidioso con una stretta di mano molliccia, un esteta del materialismo, come venne definito da Italo Zingarelli.

E poi alle prese con le leggi razziali nonostante la stima di Goering, nonostante i finanziamenti al Fascio. Rossi scava a fondo tra gli imbarazzi dei funzionari fascisti, tra le contraddizioni di un sistema che, paradossalmente, tutelò il fratello antifascista di Camillo ma evitò di proteggere il Castiglioni fascista. Camillo se la cavò ugualmente, intelligente e sgusciante come sempre. Soprattutto imbarazzante. E nell’Italia con le leggi razziali e in pieno tracollo militare, Castiglioni poteva andare e venire dalla Svizzera. Era il Paese elvetico a cacciarlo mentre l’Italia anti ebraica fingeva di non vederlo.

Il libro fa luce su molti angoli bui non solo italiani ma anche internazionali. E proprio per questo avrebbe meritato una cura maggiore nell’editing.


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