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La Reserva” era un testo di Maguì Bétemps, magistralmente interpretato da Maura Susanna. Una canzone rigorosamente in patois perché la cultura profonda valdostana è legata al patois, non al francese. Il francese era la lingua ufficiale, dei documenti. Così come lo era in Piemonte sino al Settecento. Ma più di un secolo dopo, Cavour e Vittorio Emanuele II usavano il piemontese per litigare in privato.

E l’italiano rimaneva una lingua straniera, utilizzata per obbligo e con strafalcioni che neppure Azzolina..

Il problema linguistico si ripropone, in Valle d’Aosta, con la crescita di un movimento indipendentista che, giustamente, considera la lingua come elemento fondamentale per evidenziare una differenza rispetto al resto d’Italia. Ma quale lingua?

La risposta dovrebbe essere facile: il patois, o francoprovenzale per usare una definizione più “nobile”. Perché la richiesta è l’indipendenza, non l’annessione alla Francia. Gli occitani, compresi quelli delle vallate piemontesi, per rimarcare la loro alterità rispetto a Parigi parlano occitano, non francese o italiano. Diversa è la situazione in Sud Tirolo dove la maggioranza, germanofona (tranne a Bolzano), sogna il Grande Tirolo o la semplice annessione all’Austria. Non l’indipendenza.

Inoltre, in Valle d’Aosta, i veri francofoni sono circa il 5% di una popolazione che, a parte le vallate laterali, parla solo italiano. È vero che, ufficialmente, la Valle è bilingue ed a scuola si studia il francese, ma resta una lingua straniera, estranea alla cultura profonda di una popolazione che, in maggioranza, è composta da figli e nipoti di immigrati da ogni parte d’Italia.

Però, se si vuole recuperare una cultura, una identità, la lingua è fondamentale. I sostenitori del francese considerano il francoprovenzale come un dialetto minore, per di più declinato in modo diverso in ogni vallata. Ma la differenza tra lingua e dialetto, in fondo, è basata solo sulla cultura che esprime. Goldoni scriveva in veneziano, Ruzzante in padovano ed il veneto è considerato una lingua a tutti gli effetti. Il provenzale era utilizzato dai trovatori e Mistral ha ottenuto il Nobel per la letteratura scrivendo in lingua d’Oc.

Dunque alla Vallée non serve il francese come lingua per l’indipendenza, ma serve riempire il patois di contenuti. Sono importanti i cantautori patoissants ma servono testi scientifici, economici, culturali, poesie, racconti. E serve restituire un’anima alla Valle, compromessa dalla spasmodica corsa al guadagno come unico obiettivo. Una Valle che rivendica la diversità e che, negli ultimi decenni, ha copiato di tutto e di più non solo dall’Italia ma soprattutto dagli Usa. Non la “regione nelle Alpi” ma un territorio che guardava solo a Wall Street. Dove non serve nè il francese né il patois.


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