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Chi si ricorda ancora di Curzio Malaparte, che nasceva a Prato il 9 giugno del 1898?

Considerato un fascista dagli antifascisti e un antifascista dai fascisti, fu in ogni caso odiato da entrambi e amato dal pubblico – soprattutto femminile – che premiò i suoi libri con un enorme successo di vendite.

Dopo aver partecipato alla Grande Guerra, aderì al Fascismo e partecipò alla Marcia su Roma. Grazie anche alla sua non comune abilità di scrittore e giornalista – che lo portò a dirigere anche La Stampa di Torino – divenne uno degli autori più popolari degli Anni Venti fino a quando, nel 1931, non pubblicò a Parigi “Tecnica del Colpo di Stato”, un pamphlet che metteva in guardia gli stati democratici dai tentativi di presa del potere dei movimenti fascisti e comunisti. Ciò gli valse la condanna di Hitler, le ire di Mussolini che lo spedì anche al confino, la protezione di Galeazzo Ciano e, paradossalmente le simpatie di molti comunisti tra i quali lo stesso Trotsky.

Dopo l’8 settembre si arruolò nell’esercito italiano del sud e divenne ufficiale di collegamento con le truppe alleate, ruolo che gli permise di seguire da vicino l’avanzata degli Americani nella penisola.

Da questa e da altre esperienze nacquero due libri che, a partire dall’immediato dopoguerra, divennero degli autentici long seller: Kaputt e La Pelle, dal quale, nel 1981, Liliana Cavani trasse un fortunatissimo lungometraggio.

In seguito, anche se rimase sempre anticomunista, fu arruolato da Togliatti a svolgere la propria attività di cronista come “intellettuale organico” al PCI. Un’esperienza che durò poco.
In seguito si iscrisse al Partito Repubblicano e, in punto di morte, pare si sia anche convertito al Cattolicesimo.

Insomma, una personalità molto controversa per non dire sfuggente, supportata dalla sua fama di tombeur de femme e di bon vivant. Una fama più adatta alle pagine dei rotocalchi che non ai libri di storia ma che contribuì a creare il mito dell’intellettuale che, tra una tempesta e l’altra, si ritira di tanto in tanto nella sontuosa villa di Capri che si fece costruire su uno sperone di roccia affacciata sui faraglioni.

Ma forse le sue pur evidenti contraddizioni non furono altro che il tentativo di un’anima libera di mantenersi tale in un’epoca in cui era difficile, se si voleva comunque restare sulla cresta dell’onda, tenersi fuori da quello scontro di civiltà che portò addirittura ad un conflitto che provocò decine di milioni di morti.

Oggi le sue opere sono ancora disponibili nel catalogo Adelphi, anche se non vendono più come negli anni Cinquanta e Sessanta. E di tanto in tanto la sua figura ricompare in qualche romanzo come “Curzio” di Osvaldo Guerrieri del 2015, o “Morte come Me” di Monaldi&Sorti dell’anno successivo, o la biografia di Maurizio Serra uscita di recente.

Segno che la vita di questo “scrittore italiano di padre tedesco e vocazione cosmopolita, [che] sfidò tutte le convenzioni della sua epoca” continua ad interessare e ad affascinare.


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