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Il 17 maggio 1994 moriva a Bogotà, all’età di 81 anni, Nicolás Gómez Dávila, uno dei più importanti pensatori reazionari e conservatori dello scorso secolo.

Su Wikipedia potrete leggere di lui che fu “scrittore e moralista, portatore di un pensiero reazionario, tradizionale, conservatore e controrivoluzionario sul piano socio-politico, anticapitalista e anticomunista ma non fascista”, come se il fatto di non aver mai indossato una camicia nera fosse sufficiente a redimerlo da essere stato un intellettuale contrario ad ogni forma di ideologia legata alla sinistra.

Refrattario ad ogni forma di modernità, dedicò la sua intera esistenza allo studio, senza trascurare le numerose attività che gli consentirono una vita agiata. Di fatto scrisse un solo libro, quell’”Escolios a un texto implicito” che di fatto rappresenta una sorta di commento a un libro inesistente, o che – per meglio dire – è l’ipotetico testo che comprende tutto il pensiero tradizionale.

Di lui ebbe a dire Gennaro Malgieri nella prefazione all’edizione integrale degli “Escolios” (meritoriamente edita dalla casa editrice GOG nel 2017): “Gómez Dávila ha inaugurato un modo di reagire alla modernità penetrando con la lama della sua intelligenza nel corpo flaccido, gonfio di contraddizioni, di incongruenze, di fallimenti della società degli uguali, la società che ha dichiarato la “morte di Dio” dimenticando di constatarne il decesso”. Don Colacho, come lo chiamavano gli amici, fu cattolico osservante. Ma la sua opera trasuda di ammirazione nei confronti del paganesimo tanto che qualcuno l’ebbe a definire un “cattolico pagano”. In effetti ciò deriva dalla profonda influenza che subì da parte dei pensatori antichi, che egli – che parlava correntemente sette lingue – leggeva in lingua originale.

La lettura della sua opera è illuminante. Lungi dal voler essere un sistema filosofico, l’autore si limita a distillare gocce di saggezza attraverso un numero incalcolabile di aforismi, riflessioni, pensieri che rappresentano un vero balsamo per l’anima di chi non si riconosce nel marciume di questo mondo asservito allo strapotere della tecnica, della finanza e del pensiero unico.

Se un rimprovero si può muovere all’autore colombiano è quello di non aver voluto essere un maestro, una guida intellettuale per coloro che in questo mondo si sentono fuori posto. Le sue opere infatti vennero pubblicate per la prima volta in Messico solo negli anni Settanta a cura del fratello. In Europa furono tradotte per la prima volta in tedesco e pubblicate a Vienna nel 1987; mentre bisognerà attendere il 2001 perché siano tradotte in parte in italiano con la traduzione di Lucio Sessa dalla Adelphi.

Il che non ha impedito che da quel momento si diffondessero e diventassero un faro, una pietra miliare per tutti coloro che in “rivolta contro il mondo moderno” intendono restare “in piedi tra le rovine”.


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