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Il 7 aprile del 1879, 141 anni fa, nasceva Ardengo Soffici, uno dei più importanti ed influenti artisti ed intellettuali italiani del Novecento.

Originario di Valdarno, fu costretto a trasferirsi a Parigi all’inizio del secolo a causa della rovina finanziaria della sua famiglia. Qui condusse un’autentica vita da bohémien, dato che la sua attività di illustratore non gli consentiva neppure di guadagnare quanto basta per sopravvivere.

Durante quel soggiorno ebbe tuttavia l’occasione di entrare in contatto con tutti i maggiori artisti ed intellettuali dell’epoca, da Apollinaire a Picasso, da Papini a Prezzolini, per citarne solo alcuni. Ciò gli consentì, grazie alla sua solida preparazione culturale, di stringere relazioni con coloro che avrebbero rappresentato l’élite intellettuale del secolo.

Tornato in Italia proprio con Prezzolini fondò La Voce, la più importante rivista culturale del Novecento, sulla quale si fecero le ossa tutti i principali poeti e scrittori italiani dell’epoca. Qualche anno dopo fu tra i fondatori, con Papini, anche di un’altra rivista fondamentale, vale a dire Lacerba che ben presto si trasformerà nel principale periodico futurista.

Allo scoppio della Grande Guerra si arruolò come volontario partecipando a diversi combattimenti sulla Bainsizza, restando ferito due volte e ottenendo una decorazione al valore militare. Da questa esperienza nasce il Kobilek-Giornale di battaglia (1918), di certo la sua opera più famosa, meritoriamente ristampato pochi mesi fa dalla casa editrice Eclettica di Alessandro Amorese.

Aderì al Fascismo sin dal primo apparire del movimento mussoliniano, e nonostante i suoi dissidi nei confronti del Duce rimase fedele alla scelta iniziale fino alla fine. Quando, cioè, nel dicembre 1944 venne arrestato e internato per collaborazionismo nel campo di concentramento di Collescipoli vicino a Terni, in cui restò fino al luglio del 1945.

Processato nel ’46 venne assolto per insufficienza di prove. Il che gli permise di tornare al suo primo amore: la pittura. Così colui che in giovanissima età era stato allievo di Giovanni Fattori e Telemaco Signorini, vale a dire i massimi esponenti della scuola toscana dei Macchiaioli, tornò ad esporre a partire dal 1948.

Ciò non gli impedì di continuare a pubblicare e a ristampare una serie cospicua di monografie di autori come Carrà, Apollinaire, Medardo Rosso e Fattori.

In un’intervista relativa alla sua partecipazione al primo conflitto mondiale ebbe a dichiarare:

La guerra mi ha insegnato tante cose […]. Ho ritrovato un me stesso lontano, sono tornato ad amare le cose semplici, i gesti parchi, le parole sostanziose.

Ardengo Soffici morì a Forte dei Marmi, in provincia di Lucca, nella natia Versilia, il 19 agosto 1964.


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