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Il 12 marzo di 105 anni fa nasceva a Citta di Castello Alberto Burri, uno dei più importanti ed influenti artisti italiani del secondo Novecento.

Laureatosi in medicina a Perugia nel 1940 mai avrebbe immaginato di diventare pittore. Chiamato alle armi nell’ottobre dello stesso anno come ufficiale medico di complemento seguì poi un corso di specializzazione. Nel ’43 tornò nell’esercito e fu assegnato alla 10ma Legione in Africa settentrionale. Catturato dagli Inglesi fu consegnato agli Americani che lo deportarono in Texas nel campo di prigionia di Hereford, denominato “Fascist Kriminal Camp” e destinato ai non cooperatori. Nella primavera del 1944 rifiutò di firmare una dichiarazione di collaborazione che gli venne proposta e fu catalogato tra i fascisti “irriducibili”.

Nel campo, che conteneva circa 5000 ufficiali e sottufficiali, ebbe modo di conoscere diversi personaggi che sarebbero diventati famosi quali il filologo Augusto Marinoni, il matematico Mario Baldessarri, il musicista Mario Medici, il giornalista Gaetano Tumiati, ma soprattutto Beppe Niccolai e Roberto Mieville, che sarebbero stati tra i fondatori del MSI, Gianni Roberti, futuro segretario nazionale della CISNAL, e Beppe Berto che sulla sua esperienza di prigioniero avrebbe scritto il libro “Il Cielo è Rosso”.

Rilasciato nel febbraio del 1946, dopo quasi tre anni di internamento, tornò in Italia e decise di dedicarsi interamente alla pittura.
All’inizio non fu affatto facile, specialmente quando la sua produzione si spostò dalla pittura figurativa all’arte informale.

Ha detto di lui Francesco Angelucci: “Giudicato ora un maestro, Burri non ha ricevuto la stessa considerazione agli inizi della sua carriera, segnata da offese e insulti”.

Ma quando artisti del calibro di Joan Mirò e Robert Rauschenberg si accorgono di lui, è la svolta. Dalle piccole gallerie romane Burri passa alle grandi esposizioni internazionali, soprattutto statunitensi. E la sua Patria, che per ben due volte aveva rifiutato le sue opere alla Biennale di Venezia, trattandolo come un imbrattatele, deve ricredersi. Persino il ministro delle finanze Luigi Preti, e il dirigente del PCI Umberto Terracini lo attaccarono violentemente.

Nel nuovo decennio le sue opere furono esposte nel 1953 a Parigi e al Museo Guggenheim di New York, e nel 1954 alla Tate Gallery di Londra. A quel punto la musica cambiò e fu il riconoscimento a livello internazionale.

Così si è espresso lo storico dell’arte Maurizio Calvesi: “Burri è riuscito, forse per l’ultima volta, a portare la vita nell’arte”. I suoi estimatori non si spaventarono di fronte a della juta incorniciata, e alle opere realizzate con materiali non convenzionali, dal legno alle ruote di ferro, anche se il medico mancato non era il primo a incollare cose su una tela.

«La cosa più sorprendente – ha detto di lui il critico Giovanni Urbani -, è che se l’evoluzione della storia seguisse un filo logico possiamo essere certi allora che il pensiero espresso da Burri varrebbe appena da introduzione a quello di Duchamp».

Burri morì a Nizza il 13 febbraio 1995, un mese prima del suo ottantesimo compleanno. Noto in vita per la sua riservatezza, aveva appena terminato una lunga registrazione autobiografica con Stefano Zorzi che ne ha raccolto il contenuto nel volume “Parola di Burri”, nel quale si guardò bene dal rinnegare il suo passato, compreso quello di “fascista irriducibile”.


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