fbpx


Un’alba in montagna sul finire d’ottobre. È già freddo. Qui l’autunno procede rapido verso il primo inverno. Nell’albergo e nelle case si intravedono le zucche intagliate per un Halloween ormai prossimo.

La moda americana è arrivata anche qui, riportando, senza saperlo, in auge un uso antico. Perché nel Triveneto, come in altre aree d’Italia, ai Morti si esponevano zucche intagliate con dentro un lume. Per indicare la strada di casa ai defunti, che venivano a trovare la loro discendenza.

I giorni dei Morti, quando ero ragazzo, rappresentavano uno spartiacque anche per l’abbigliamento. Di norma era allora che si riponeva l’impermeabile e si tirava fuori dall’armadio il cappotto. Capi ormai in disuso, quasi dimenticati.

Comunque questi giorni rappresentavano un passaggio. E continuano ad esserlo. Fra le montagne, su un altipiano, tra boschi verdi di conifere intervallate dalle improvvise fiamme dorate di alberi dalle foglie caduche , questa transizione si rivela con maggiore chiarezza. E con una più intensa bellezza. Perché l’autunno, come più volte ormai ho avuto occasione di scrivere, non rappresenta il declino, bensì una nuova, diversa e straordinaria fioritura. Non per nulla i Romani festeggiavano Cerere, dea del secondo raccolto.

Cerere non è solo frutta e frumento. È anche Dea dei Misteri. E, in quanti tale, di bellezza irresistibile e inquietante.

Quella di Cerere è infatti una bellezza che nasce dalla pienezza e dalla consapevolezza. Una femminilità esaltata e non avvilita dal tempo, e che, in quanto tale, raggiunge un apice ed una perfezione che supera di gran lunga l’effimero della prima giovinezza.

È la stessa bellezza, elegante e sensuale, che si coglie nelle figure femminili dipinte da Waterhouse. Che a ben vedere hanno tutte dei tratti sottilmente autunnali.

Nelle montagne del tardo autunno, in un’alba che non presenta le omeriche dita di rosa, ma una luce tanto imrovvisa e intensa da ferirti come vento gelido, questa divinità si può manifestare nel sorriso abbagliante della prima neve sulle cime o addirittura in una figura che compare ai margini del bosco, tra la lieve foschia del mattino.

Una figura che incede con passo leggero e sicuro insieme, come si intuisce ancora in certi affreschi pompeiani.

Che si china per cogliere i profumi e gli aromi intensi delle erbe e dei cespugli di mugo. Che accarezza la corteccia resinosa degli alberi con mani da amante. Può avere molti nomi. Essere driade o ninfa, fata o strega. Cerere di giorno , Diana dall’imbrunire al tramonto della luna. Reizia, anche, l’arcana divinità retica signora dei cavalli. Ma, in fondo, i nomi e le rappresentazioni contano solo sino ad un certo punto. Sono solo forme transitorie , splendenti ed effimere.

Quello che conta è l’esperienza di una bellezza che si rivela pienamente nel gesto, nel movimento, in una sfumatura dello sguardo. Nell’improvviso soffio del vento tra i capelli. È la bellezza che non muore, che non presenta elementi di caducità. E che proprio per questo è autunnale. Perché questa è la stagione dei Morti e della Morte. In apparenza almeno. Ma se si riesce ad andare oltre la coltre di foglie secche che, ormai , coprono tutto il terreno, si può provare un’emozione particolarmente intensa. Si può cogliere la forza dirompente della vita, come una danza dionisiaca, come un allegro Sabba di splendide streghe… Quella Vita che non conosce fine, quella bellezza che non subisce mai declino…

Pensieri sparsi… più che pensieri emozioni, come in una vecchia canzone di Mogol e Battisti… Onde di emozioni in un’alba del tardo ottobre, tra i monti del Trentino.. Quando il freddo è già intenso. E le parole urgono, confuse, come braci sotto la cenere.


Reader's opinions

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *




ElecTO Radio

Current track
TITLE
ARTIST