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Le cose non cambiano. Tu cambi il modo di guardarle. Ecco tutto.

È una frase del don Juan, lo sciamano guerriero yaqui, di Castaneda. Fulminante e illuminante.

Me la ricorda un post su fb di una mia allieva di tanti anni fa, Giulia, che forse riecheggia le mie strampalate divagazioni durante le lezioni di italiano. Il destino dei maestri – rigorosamente con la minuscola – è sempre quello di tornare, prima o poi, allievi.

Le cose non cambiano, dunque. Sei tu, però, che puoi cambiare il modo di guardarle. A ben vedere c’è dentro tutta la nostra filosofia. Kant con la cosa in sé e la percezione della cosa. Schopenhauer. L’ Anselmo Paleari di Pirandello con il suo lanternino…

Nella frase del sapiente stregone vi è, però, qualcosa in più. Una prassi, non solo una teoria.
È il tuo sguardo che modifica la realtà. Un potere magico, del quale, però, ordinariamente non abbiamo coscienza.

È un potere che la tradizione attribuiva a incantatori e incantatrici.
Merlino vede il futuro di Artù e della Britannia perché sa guardare in modo diverso le cose che per gli altri non hanno significato alcuno. È l’essenza della magia. Il potere del Drago.
Circe vede i compagni di Odisseo come maiali. Vede l’aspetto animale che è sul fondo di ogni anima umana. E loro diventano maiali. Le cose non cambiano, ma la percezione va oltre la realtà apparente. Penetra in profondità, e rivela ciò che giace, inespresso, dietro la parvenza. Odisseo, però, ha preso l’erba antidoto inviatagli da Atena, la sapienza. L’aspetto ferino è stato vinto e purificato. Resta uomo, e la Maga diviene donna fra le sue braccia. Gli darà un figlio, Telegono.

Secondo la leggenda Omero era cieco. Non vedeva ciò che vedono gli altri uomini. Vedeva altro. Vedeva oltre. Come Tiresea l’indovino tebano.

È il potere dei poeti. Nessuno lo ha espresso compiutamente come Pascoli ne Il Fanciullino. Le cose ordinarie, le piccole cose sono simboli. Quindi “porte”, che conducono verso altri mondi. I simboli artefatti, complessi, sono astrazioni della mente. Mancano di sostanza. Una piccozza abbandonata sulla montagna è reale. E, al tempo stesso, ti rivela la solitudine abissale di colui che, solo, ascende verso la conoscenza. Dipende , anche qui, dal tuo sguardo.

Borges trascorse gran parte della sua esistenza nell’ombra. E ne cantò la potenza. Perché in quell’ombra vide l’oro delle tigri, Hengist che prendeva il mare con un pugno di uomini, i mondi incogniti di Tlon e Uqbar…

Quando guardi, i tuoi occhi sono in genere prigionieri di un incantesimo. Quello della mediocrità. Il minimo comun denominatore, la rappresentazione ordinaria. Prova a liberarti. Cerca l’antidoto. L’erba di Atena. Allora vedrai davvero, non guarderai soltanto. Perché vedere, come dice la parola latina, significa conoscere. Ci vuole però coraggio. Perché la vera vista è quella che agisce dal cuore.


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