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In fondo non è importante se “Il signor diavolo”, l’ultimo film di Pupi Avati, è davvero “gotico” come lo ha definito il regista, seppur in versione gotica padana, oppure no. È un bel film, ed allo spettatore è questo che interessa, non le etichette.

Forse gli appassionati del gotico sono più abituati ad altre atmosfere. Più rigide, più nordiche. Avati ambienta la sua storia tra meravigliose immagini del Delta del Po. Qualche scorcio di Venezia, molti di più di Comacchio (alcuni critici non se ne sono neppure accorti), le “valli” che stanno alle spalle dei lidi ferraresi. Una fotografia morbida della vita intorno al Grande Fiume all’inizio degli Anni 50. Case diroccate, chiese poco frequentate, il male che non risparmia un mondo contadino che innocente non è.

E poi l’intromissione della politica in ciò che non dovrebbe riguardarla ed il coraggio di Pupi Avati di rifilare una stoccata a quell’Alcide De Gasperi che qualcuno vorrebbe beatificare.

Dc e Chiesa, con la presenza della Donna potente, veneziana e dunque estranea al mondo contadino, ricca e potente e dunque ancora più lontana da chi sopravvive raccogliendo l’urina delle donne incinte. Eppure mondi costretti ad incrociarsi dall’unico elememto che li può accumunare: il male, il diavolo.

Un gioco in cui nessuno è innocente, e non può esserlo perché il male è contagioso. Non è previsto il riscatto per chi ha ceduto alla tentazione. E forse, allora, la dolcezza dei paesaggi, la morbidezza della fotografia servono proprio per acuire la sensazione di disagio dei personaggi, non solo dei protagonisti ma anche di chi ha un ruolo marginale.


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