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Una versione rock del Pueblo unido jamàs serà vencido forse si era già sentita. Ma tradotta nel patois valdostano di Ayas ancora no. Adesso è diventata realtà nel disco di Christian Sarteur “Robata lo rock” (Tde).

Da tempo la musica valdostana ha abbandonato i percorsi della tradizione – salvaguardata meritoriamente da alcuni gruppi e da grandi musicisti come i Boniface – per affrontare la contemporaneità.

Una sfida difficile, soprattutto quando si sceglie, come ha fatto Sarteur, di rinunciare al facile veicolo della lingua inglese o, almeno, a quella italiana. Perché diventa difficile, per il pubblico a sud di Pont St.Martin, comprendere le parole di testi che sono invece estremamente interessanti. E considerando i flussi migratori nella Vallée, anche a nord di Pont non saranno in molti a comprendere le canzoni di Sarteur. Provvederanno le traduzioni accessibili su internet.

Robata lo rock è dunque un viaggio in musica con la voce roca e potente di Sarteur, autore anche della maggior parte dei testi. Con un omaggio, oltre al Pueblo andino, anche a Luigi Fosson (Jaryot) e Joset Henriet autori più di 40 anni orsono di Chanson Drola che rappresentò e continua a rappresentare una durissima, seppur ironica, denuncia del malcostume valdostano soprattutto in politica.

Sono trascorsi più di 40 anni e la situazione è pure peggiorata. Sarteur, decisamente più giovane di Fosson ed Henriet, prosegue nell’opera di presa di coscienza popolare, cambiando radicalmente il genere musicale rispetto alle canzoni di denuncia e di protesta di allora. Un disco, il suo, rivolto ad un pubblico giovane che non ha rinunciato a pensare.


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