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Sul gatto e i gatti si sono sparsi, come si suol dire, fiumi di inchiostro. Si è scritto di tutto e il contrario di tutto.

E oggi il web è letteralmente saturo di siti di appassionati del domestico felino. Forse perché , come disse Wilde, Dio creò il gatto per permettere all’uomo di accarezzare una tigre.

In effetti, rispetto al suo rivale, il cane, il gatto serba in sé un che di misterioso. Wodehouse, forse il più geniale umorista del ‘900, lo attribuiva al fatto che, essendo stato un tempo adorato come una divinità, il gatto continua ancor oggi ad avere un certo qual complesso di superiorità. Cosa del tutto assente nel cane, vecchio compagno di caccia e amicone da branco.

Bastet – ma il nome si può declinare in molte forme – è una delle divinità arcaiche dell’Egitto Antico il cui culto risale alla II Dinastia, se non addirittura alla fase predinastica. La notte dei tempi. L’età del mito. Bastet era associata alla guerra, ma anche, anzi soprattutto alla Donna.

Già, perché il gatto è sempre, in un modo o nell’altro, collegato con il lato femminile. Non per nulla in certi secoli lo si associava alle streghe. Possedere un gatto era infatti uno dei capi d’accusa mossi dagli inquisitori del ‘600 dall’ Europa sino a Salem, nel Nuovo Mondo dei Puritani. E molti felini conobbero il rogo al fianco delle loro padrone. Questo nel mondo cristiano, cattolico e protestante, che amava il cane – addirittura allegoria del Cristo stesso in Dante – nobile e leale compagno.

Il gatto godeva di ben altro rilievo e trattamento nel mondo islamico. Non l’attuale Islam salafita, certo, arido e dogmatico ; ma nell’Islam rinascimentale e fantastico della Baghdad delle mille e una notte. Tanto che si narrava che una gattina fosse solita accostarsi al Profeta mentre questi pregava. E fare le fusa. Omar, il futuro Califfo che conquisterà Alessandria, fece il gesto di scacciarla. Ma Mohammad lo fermò. La gatta sta pregando Allah, disse.

Comunque, come dicevo il gatto è indiscutibilmente un simbolo della femminilità. Come in genere i felini. Il mito, poi, si è trasferito nella letteratura . Come sempre avviene.

La Tigre reale del capolavoro scapigliato del giovane Verga, la Nestoroff del Serafino Gubbio di Pirandello altro non sono che “gatte”. Bellissime e pericolose. Come la Donna Gatto che sfida Batman e al contempo lo seduce. Memorabile l’interpretazione cinematografica della Pfeiffer.

La gatta di maggior successo è considerata in genere quella “morta”.. Capace di sedurre con indolenza, di giocare con gli uomini come se fossero topi. Crudele e infantile. Le figure di donne dei dipinti di Tamara de Lempicka mi sono sempre apparse perfette rappresentazioni di gatte morte. Eleganti ed esauste. Gli occhi velati di un’annoiata sensualità. La bocca atteggiata ad una vaga espressione di disgusto.

D’altro canto la bella Tamara doveva essere anche lei una Gatta morta non da poco. Fece strage intorno a sé. Senza badare al sesso delle sue conquiste. Poi ci provo’ addirittura con un ormai senile D’annunzio. Ma lì sembra che abbia trovato un osso ancor duro da rodere. Chi volesse approfondire vada a compulsare i saggi sul poeta di quel geniaccio di Giordano Bruno Guerri.

Accanto a quella morta, esiste però anche la Gatta “viva”. Della quale si è sempre parlato e scritto molto meno. Forse perché noi uomini amiamo essere tormentati e presi in giro . Così come le donne spesso si innamorano di cinici e volgari mascalzoni.

Gatta viva, vivissima è la Pisana di Ippolito Nievo. Un turbine di vita e passione che non conosce argine, che ama giocare certo, ma che si mette anch’essa in gioco. Fino a rischio della vita. E gatta viva è anche la splendida figura di Rebecca, la giovane ed appassionata ebrea innamorata di Ivanoe nel capolavoro di Walter Scott.

Incontrare nella vita una Gatta morta è facile, e in genera lascia graffi e amaro in bocca. La gatta viva è invece incontro raro. Se accade, ti sconvolge l’esistenza con l’incanto dei suoi occhi verdi e con i suoi giochi. Con la sua sensuale allegria. Ma ti ridà la gioia di vivere che credevi perduta.

E ti graffia senza farti male.


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