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Un centinaio di persone che, a piedi, affrontano mezz’ora di salita in montagna per ascoltare una lettura dei versi di Guido Gozzano rappresentano indubbiamente un ottimo risultato per Francesco Deambrogi, organizzatore dell’evento a Fiery, in Val d’Ayas, a quasi 1900 metri di altitudine, nell’ambito della rassegna Monterosa racconta.

È vero, il pubblico non era giovanissimo, ma è inevitabile considerando i livelli della scuola odierna che sforna ammiratori di Sfera Ebbasta e certo non di grandi poeti come è stato Gozzano al di là di una critica piuttosto ottusa e politicamente corretta. (Per una critica intelligente anche su Gozzano si può leggere Il flauto rovescio di Marco Cimmino, autore molto apprezzato lo scorso anno a Monterosa racconta).

Alberto Rollo e Nadia Terranova hanno letto e spiegato il poeta piemontese morto di tbc nel 1916. Seguace prima di D’Annunzio e poi di Pascoli, amico di futuristi come Boccioni, un esempio di quel gruppo di veri intellettuali italiani a cavallo del XIX e XX secolo, capaci di rapporti senza gelosia, senza invidia. Capaci di creare circoli e riviste sino allo scoppio della seconda guerra mondiale.

Per Gozzano la malattia che lo condusse alla morte rappresentò un freno nella vita quotidiana, certo non nella poetica in grado di interpretare e trasformare le piccole cose di pessimo gusto in versi dolcissimi. Un Gozzano che per rifiutare l’amore della troppo bella Amalia non usava il telefono o una lettera per invitarla a non cercarlo più, ma le dedicava un poema.

Crepuscolare ma ironico, démodé ma attualissimo. Ed apprezzato dal pubblico che ha raggiunto Fiery dove Gozzano per due anni cercò rimedio al mal sottile.

Photo credits by Maria Infantino


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