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L’architettura è un fatto d’arte, è un fenomeno che suscita emozione, con i volumi assemblati nella luce, la ricerca dell’equilibrio: è il grande libro dell’umanità e della storia dell’uomo.

Ma capita spesso nella storia dei popoli: c’è un savio, ed i mediocri lo chiamano pazzo, e si reputano savi perché mediocri. Prendono un’idea del savio e per farla propria la tagliano a metà: dimezzata, la trovano della propria statura. Ma quando non esce bene danno la colpa al savio, che la pensò intera, alta, viva, e dicono che era l’idea di un pazzo e non poteva andare bene.

La passione personale, che da diciannove anni ormai, mi porta a eseguire ricerche e studi pressoché continui in tutta Italia sulle opere architettoniche e le arti applicate degli anni Trenta, allora fortemente volute e finanziate dallo Stato Italiano, mi ha indotto dapprima a proporre una documentazione storica, ma successivamente è subentrata assieme ad essa, anche il piacere della ricerca metodica, profonda, l’affascinante viaggio a ritroso nel tempo, il “colloquiare” con i fantasmi del passato, al fine di conoscerli veramente, e capire se davvero siano stati fantasmi cattivi o meno.

Quante pregevoli opere architettoniche, urbanistiche e delle arti applicate, per troppo tempo volutamente dimenticate, siano oggi sempre più, fonte di attenzione, riflessione, studio e in molti casi anche recupero; affidandomi incarichi per la pubblicazione di articoli storici ad essi dedicati, o in altri casi, affidandomi incarichi di recupero e restauro di opere storiche.

Delle opere architettoniche, urbanistiche, industriali e monumentali allora realizzate, in un periodo temporale che all’incirca si attesta nel decennio degli anni trenta, rimangono ancora oggi, ben presenti sul territorio, una serie di elementi espressivi che, seppur abbiano perduto le insegne, rimangono e persistono come patrimonio architettonico e urbanistico non indifferente.

Certo: se guardiamo solo con gli occhi, e magari lo facciamo con distacco o con forzata capziosità, tanto vale trascorrere altrove il tempo: ma se al contrario, proviamo per una volta ad osservare le opere architettoniche realizzate in un decennio, facendolo con la mente e le sinapsi liberate dalla bieca convinzione ideologica che il bene sta solo da questa parte – di là il male assoluto, come spesso molti tendono ancora oggi a sproloquiare – forse, dico forse, si potrebbe arrivare a osservare successivamente edifici, e monumenti con un’ottica diversa, che altro non è se non quella della storia, che in questo caso, è storia dell’architettura, dell’urbanistica, e delle arti applicate realizzate durante i primi dieci anni del governo Fascista.

Vi sono infatti, edifici, piazze e luoghi, che trasudano memorie, e questo trasudare non lo si percepisce solo con la vista, ma con altri sensi che entrano in azione spontaneamente, quando si ha la capacità e la voglia di ascoltare le memorie, seppur queste siano soffocate, rendendole quindi difficili, dato il prevalere della strombazzante memoria condivisa data per assolutamente certa e vera, anche quando i fatti (anche recenti) ne hanno dimostrato e ne dimostrano, la totale falsità ed ipocrisia.

Ecco quindi che questo contributo scritto, può diventare un viatico utile anche a risvegliare diversi fantasmi relegati nell’oblio della damnatio memoria e, insieme a questi fantasmi, possiamo percorrere in lungo e in largo il quartiere dell’ EUR a Roma, scoprendo autentici capolavori dell’architettura, dell’arte, e della capacità italiana di realizzare opere utilizzando i materiali lapidei non solo e non più come elemento decorativo ma bensì come parte integrante del progetto stesso.

Nel maggio del 1936 Roma divenne capitale dell’impero, e in quello stesso anno fu assegnata alla città l’organizzazione dell’ Esposizione Universale del 1942, e il governo italiano intese cogliere l’occasione per celebrare in tale data sia i fasti del neonato impero che, soprattutto, il ventennale del regime fascista, nonché altresì per sviluppare l’urbanizzazione della città lungo l’asse viario che portava al mare.

Nel dicembre 1936 fu varata la legge che istituì l’ente per l’Esposizione Universale di Roma e appena un mese più tardi furono banditi i primi concorsi e diramati gli inviti per l’ideazione degli edifici dell’istituendo quartiere della mostra, che prese il nome di EUR 42 dall’acronimo dell’Esposizione e dall’anno in cui avrebbe dovuto tenersi. Già ad aprile l’ente appositamente istituito per il vaglio dei progetti aveva deliberato i primi piani per i palazzi più importanti; furono banditi specifici concorsi tra giugno e ottobre di quello stesso anno: il Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi faceva parte di tale gruppo, insieme ad altre opere quali l’esedra di Piazza Imperiale (oggi piazza delle Nazioni Unite), il Museo delle Comunicazioni (oggi Archivio Centrale dello Stato), la Basilica dei Santi Pietro e Paolo e il Palazzo della Civiltà Italiana.

L’edificio progettato dall’Architetto Adalberto Libera, i cui lavori cominciarono nel 1939 e furono ultimati solo nel 1954, può essere compreso solo se letto all’interno di un progetto urbano ben più ampio: quello riguardante il quartiere EUR. L’ E42 è la sintesi della Roma di Mussolini, la capitale di un paese nel quale passato, presente e futuro sono connessi in maniera tangibile; in effetti il futuro EUR, che al termine delle manifestazioni sarebbe dovuto divenire un moderno quartiere modello, si trasformò, con il suo impianto viario ad assi ortogonali che culminano in edifici monumentali in marmo bianco e travertino, da semplice esposizione in un nuovo complesso monumentale della Roma Fascista.

Tra i progetti presentati al concorso figurava oltre a quello vincitore di Adalberto Libera quello degli architetti Giuseppe Terragni, Cesare Cattaneo e Pietro Lingeri. L’approvazione definitiva dei progetti del Palazzo della Civiltà Italiana, della Piazza Imperiale e del Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi avvenne l’11 febbraio 1938 a opera dello stesso Mussolini e l’inizio lavori fu deliberato nell’aprile successivo. Nonostante i vincoli imposti dal regime, il progetto di Libera, pur se parzialmente sottostante alle direttive governative di voler realizzare edifici che richiamassero la monumentalità e la romanità (vedasi ad esempio il Palazzo della Civiltà), è anche quello che da esse figurò più intellettualmente indipendente.

Libera riuscì a concepire un volume capace di sottrarsi alla datazione del proprio tempo; l’unica struttura che tradisce l’epoca di origine del manufatto è il colonnato. Anche se riuscì a elaborare una soluzione che, se pur parzialmente compromissoria, tolse preminenza alla funzione della colonna e la pose quasi in secondo piano, riducendo tale elemento a una specie di pilastro rivestito con compiti più di sostegno che ornamentali. La monumentalità del prospetto principale, al contrario, sarebbe stata accentuata dalla eventuale posa in opera della scultura di una quadriga di Francesco Messina sulla mensola in aggetto realizzata al centro della facciata.

La costruzione del Palazzo dei Congressi, almeno nei suoi elementi fondamentali, nel 1943 era ultimata; tuttavia lo spostamento del fronte di guerra, che aveva lasciato Roma fuori dagli eventi bellici fino all’ Armistizio, fermò di fatto qualsiasi lavoro. In seguito gli edifici dell’EUR all’epoca già completati servirono dapprima come accampamento per le truppe tedesche, poi per quelle degli angloamericani ed infine, nell’immediato dopoguerra, come rifugio degli sfollati. Dopo la guerra si dovette attendere la costituzione dell’Ente EUR che prendesse in carico le infrastrutture esistenti e riqualificasse la zona, destinata a diventare il punto d’aggregazione direzionale della Capitale.

Ciò che colpisce percorrendo gli interni, non sono solo i passaggi attraverso spazi che si dilatano in larghezza ed in altezza, ma lo sono le tipologie dei materiali lapidei posati a pavimento e. soprattutto, l’infinita posa di marmi venati disposti a macchia aperta, tali da creare dei disegni e delle forme che richiamano ora l’arte giapponese e poi l’arte cubista, mediante l’impagabile ed insostituibile disegno che la natura crea e ci regala con i colori e le venature dei marmi, e che unita alla sapiente capacità dell’uomo ci regala emozioni ad ogni angolo e su ogni superficie degli interni.

Se all’esterno predomina il marmo bianco Statuario venato posato a 6 cm. di spessore nella totalità del rivestimento delle superfici verticali che si spingono sino all’interno dei due foyer, il pavimento esterno dei due ingressi è caratterizzato dalla presenza del granito grigio Sardo. Mentre nel foyer secondario il pavimento originale è realizzato con grandi lastre di marmo bianco lucido (oggi ricoperto da una squallida moquette grigia), la pavimentazione del foyer principale e dei grandi corridoi interni è contraddistinta dalla presenza di una commistione di marmo verde Levanto (con accenni di marmette di marmo Rosso Levanto) e marmo verde Issoire.

Ma sono i rivestimenti verticali dei pilastri e delle pareti che incantano e rapiscono l’occhio dell’osservatore: sono le pareti di marmo Paonazzetto, di Breccia e di marmo Fantastico Arni, rivestite di lastre posate a macchia aperta: il trionfo della posa a macchia aperta e la spasmodica ricerca di una posa specifica in ogni metro quadrato delle superfici rivestite inducono a pensare e a ritenere quanto e come l’architetto Libera possa aver specificamente richiesto e voluto tale effetto cromatico finale, forse poiché rimase colpito dai rivestimenti interni a macchia aperta del marmo Cipollino Verde della Versilia del coevo Museo delle Arti e Tradizioni Popolari edificato a fianco. Tenuto conto dei valori attuali al metro quadro dei marmi posati all’interno e all’esterno di questo edificio, valuto un valore economico – solo di marmi – per difetto, non inferiore ai venticinque milioni di euro.

Il Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi si colloca al termine di Viale della Civiltà del Lavoro, uno dei tre assi trasversali che incrociano ortogonalmente la Via Imperiale (l’attuale Cristoforo Colombo) ed è in posizione antinodale rispetto ad un altro grande capolavoro dell’architettura razionalista, il Palazzo della Civiltà Italiana.

Proprio l’asse viario sul quale si innesta l’edificio coincide di fatto con l’asse di percorribilità e la linea di specularità: le caratteristiche principali dell’edificio sono infatti la simmetria e la riconducibilità ad un modulo di 5×5 m. La struttura del palazzo è interamente in cemento armato, rivestita esternamente da elementi modulari di marmo bianco statuario venato a 6 cm. di spessore, il quale arricchisce e conferisce al manufatto la doverosa monumentalità che richiede un edificio del genere. Il progetto, basato su una chiara modularità, è costituito sostanzialmente da tre corpi: il basamento, un parallelepipedo di 75×135 Mt. in pianta e 15 Mt. in altezza, che comprende il fronte colonnato principale, il fronte secondario che è costituito da un’ampia vetrata arretrata (alta 10 Mt. e larga 65 Mt.) sorretta su pilastrini metallici fusiformi, e i volumi di servizio. Il salone della Cultura o Sala dei Ricevimenti, un cubo di 45 Mt. per lato che emerge per 27 Mt. dal basamento. I corpi scala e i ballatoi sono adiacenti alle pareti interne e questo definisce all’interno del cubo un volume libero.

Questo spazio, che di fatto costituisce l’elemento principale dell’intera composizione, presenta una copertura a volta a crociera ribassata le cui nervature sono costituite da due travi metalliche “Vierendeel” ad arco, incrociate a 90° e disposte lungo le diagonali del quadrato di base del corpo di fabbrica.

La Sala dei congressi, è posta sul retro dell’edificio. Lo spazio interno è scandito dalla successione di 13 telai in cemento armato con una luce di 28 Mt., che sorreggono una soletta di cemento armato. Al secondo piano in corrispondenza dell’auditorium, trovano spazio le gradinate del teatro all’aperto e il giardino pensile. Nella totalità, gli spazi di 2.500 Mq. offrono le più svariate possibilità di articolazione ed organizzazione in funzione di ciò che si deve svolgere al proprio interno.

Il Palazzo dei Congressi arricchisce i suoi spazi con opere d’arte di grande rilievo, appartenenti a importanti artisti italiani del 900. Nella parete di fondo dell’ atrio principale, si può ammirare un affresco non completato di Achille Funi del 1953, raffigurante diverse scene sulle origini di Roma, mentre nell’atrio secondario sono posti dei dipinti policromi realizzati sempre nel 1953 su pannelli di Masonite (materiale autarchico) dal pittore Fuuturista Gino Severini, in occasione della Mostra Internazionale della Confagricoltura. Inoltre non passano di certo inosservati i due magnifici mosaici di Angelo Canevari, realizzati nel 1940 all’interno dell’edificio che ospitava il ristorante dell’ EUR, poi successivamente smontati e trasferiti all’interno del Palazzo dei Congressi presenti nel locale bar-ristoro.

Il Palazzo dei Congressi ospitò nel 1960 durante le Olimpiadi le gare di scherma, ma anche numerosi congressi politici, subendo anche un incendio. Fu infatti nella notte del 10 gennaio 1977 che il Palazzo fu oggetto di un attentato, che le forze dell’ordine definirono come «atto intimidatorio» avverso l’imminente congresso del MSI: un gruppo, autodefinitosi nella successiva autorivendicazione telefonica alla stampa “nuovi partigiani”, depositò nella sala dei Congressi tre ordigni esplosivi a base di cloruro di potassio e acido solforico, due dei quali esplosero provocando un incendio che mise a rischio le strutture stesse dell’edificio. Oggi il Palazzo dei Congressi continua ad ospitare eventi culturali e conferenze di ogni genere.


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