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Il più drammatico limite della civiltà moderna è l’assoluta incapacità di trasformare il dato individuale in universale.

Il fatto che una persona soffra per il destino di un altro, che sia a lei vicino emotivamente o fisicamente, e sia del tutto incapace di estendere il medesimo sentimento ad estranei o sconosciuti, è la dimostrazione palmare di questo fenomeno.

Ne deriva una sorta di “egoismo culturale”, che non è dettato da reale cattiveria o insensibilità, quanto, appunto, da un deficit di cultura: da una desuetudine al pensiero su ampia scala, che potremmo definire “miopia sociale”, ossia la capacità di mettere a fuoco solo ciò che ci è socialmente vicino.

Il prodotto di questo restringimento delle facoltà simpatiche ed empatiche è una società che, pur essendo moderna, in senso stretto, è del tutto primitiva, in quello lato. In definitiva, del villaggio globale ci è rimasto soprattutto il villaggio.

Gli uomini non hanno più la percezione dell’umanità: né intesa come ecumene né come moto dello spirito. Si limitano, perloppiù, ad interagire con la propria sfera immediata di contatto, che è, oggi, soprattutto una sfera virtuale, giacchè i contatti diretti, fisici, vanno via via restringendosi al proprio pianerottolo, sostituiti da una grande famiglia incorporea, basata su avatar d’invenzione, quasi mai fedeli al carattere di chi li ha generati. Dunque, dialoghiamo con personalità fittizie, come se si trattasse di nostre reali conoscenze, e perdiamo del tutto di vista il nostro prossimo, a meno che questo prossimo non coabiti con noi. Questo crea una serie di paradossi, il più peculiare dei quali è, appunto, la perdita progressiva di universalità, a favore di una molteplicità con cui intratteniamo rapporti individuali, su basi del tutto fittizie.

Concluderò questo ragionamento un tantino astratto con un esempio concreto, che parte dalla più stringente cronaca: la malattia di Camilleri. Premetto che non ho mai letto una riga dello scrittore siciliano e che non ho mai visto due secondi dei telefilm su Montalbano: aggiungo che trovo Camilleri piuttosto sgradevole, per svariati motivi. Ciò detto, nel momento in cui ha preso a circolare la notizia del suo arresto cardiaco, sono rimasto colpito dalla valanga di commenti, trasudanti odio e diabolica soddisfazione, da parte di suoi detrattori, immagino per ragioni politiche.

Ebbene, io sono del tutto sicuro che la strabocchevole maggioranza di chi ha scritto quelle crudeltà, su di un vecchio morente, qualora si trovasse a vegliare un parente in fin di vita, nella stanza contigua a quella di Camilleri, avrebbe per lui parole di cordoglio, umana pietà, compassione.

Per semplice simpatia: che, in greco antico, significa letteralmente condivisione del dolore. Da lontano, nel chiuso delle loro stanze, invece, queste persone odiano: odiano ferocemente un povero vecchio che si trova tra la vita e la morte. Non Camilleri, non l’avversario, lo scrittore: un vecchio, come ce ne sono tanti, che sta soffrendo in un letto d’ospedale.

E non è crudeltà: è semplice disumanità, mancanza di visione universale. Si tratta di un disturbo sociale: non di molteplici devianze individuali. E questo disturbo è figlio di un’ignoranza dilagante, come di un altrettanto dilagante manicheismo, cieco, ottuso.

Abbiamo dimenticato la grande lezione della civiltà classica e, al suo posto, non abbiamo messo nulla: siamo senza bussola e navighiamo a vista. Una vista, purtroppo, che non va al di là del nostro naso.


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