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Il 25 aprile non è solo la festa di San Marco. È anche la data di nascita dello scultore sudtirolese Othmar Winkler, venuto alla luce a Brunico nel 1907. Un’infanzia difficile, la sua. Con il padre emigrato nelle Americhe e la madre che, per sbarcare il lunario, faceva la cuoca negli alberghi.

Il piccolo Othmar finì in orfanotrofio e poi, come era usanza sociale tra i contadini del Tirolo, venne accolto a turno nelle famiglie di contadini di Velturno, sopra Bressanone. Quattro anni che trasformarono Velturno nella Heimat di Winkler.

Al termine della guerra, con l’intenzione di diventare missionario, Othmar frequentò il ginnasio di Bressanone retto dagli agostiniani ed imparò ad intagliare e dipingere statue nella bottega del pittore Soplà. Successivamente si iscrisse all’Istituto d’arte di Ortisei. La strada era decisa e segnata. Un rapido passaggio ad Acqui Terme e poi Roma, nel 1930. Mesi difficili, tra poche commesse e tanta fame sino a quando, l’anno successivo, un articolo su Alpenzeitung di Bolzano descrisse un’opera di Winkler con un contadino che tiene in mano un covone e calpesta una spada come una rappresentazione di Mussolini.

Da quel momento il “tedesco Winkler” diventa un artista amato non solo dal Duce (che ritrae), ma da tutti i principali esponenti del Fascismo, da Bottai a Marinetti, da Ciano sino a Goebbels. Eppure Othmar era un artista legato all’espressionismo, un genere detestato da Hitler.

Comunque, contrariamente alla vulgata sulle difficoltà di integrazione dei sudtirolesi nell’Italia dell’epoca, Winkler divenne un beniamino della cultura romana, soprattutto per le opere di carattere religioso e simbolico. Una caratteristica che segnò la sua attività anche nel dopoguerra, in particolar modo con una Via Crucis del 48 che faceva seguito ad una prima opera analoga del 43. Ma una terza Via Crucis, nel 52, destò scandalo: era destinata all’Istituto Maria Bambina di Trento ma Winkler aveva “osato” profanare le tradizionali immagini della Via Crucis aggiungendo temi e suggestioni legate alla sofferenza dell’artista che inserì il dolore dell’umanità. E poi locomotiva, grattacielo, armi, carri armati, falce e martello. Un’umanità dolente, vittima della modernità, dell’illuminismo, del materialismo.

Fu uno scandalo. Soprattutto tra i bigotti benpensanti. Winkler messo all’indice, lasciò i temi religiosi per dedicarsi all’uomo ed al suo lavoro. Alle rivolte contadine ed alle genti trentine. Eppure una delle opere più note di Winkler, realizzata tra il 1965 e l’anno seguente, è il monumento dedicato ad Alcide De Gasperi (leader di quella Dc che si era scandalizzata), trasportato a Matera nel 1968 ed inaugurato tre anni più tardi. Una figura in bronzo, alta più di 3 metri, per sigillare l’alleanza tra i contadini trentini e quelli lucani.


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