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Le vicende di questo romanzo, che abbracciano all’incirca un trentennio, dall’estate del 1468 alla tarda primavera del 1495, sono in gran parte frutto d’invenzione, ma si accampano su uno sfondo storico ricostruito con una certa fedeltà, senza anacronismi di rilievo.

Si parte da Acqui e ad Acqui si torna, assecondando una struttura circolare che non esclude, però, notevoli sconfinamenti: a Savona, Valencia e Barcellona.

L’epopea mercantile, celebrata un secolo prima nel Decameron dal Boccaccio, nonostante il grave punto d’arresto segnato dalla “peste nera” del 1348 e dal fallimento delle grandi banche fiorentine, nel corso del ’400 aveva ripreso aire, sia pure mutando fisionomia, giacché si ovviò alla caduta del mercato di massa puntando sulla qualità, con la produzione di beni di lusso: nouvelles draperies, “panni di Saona”, seta, gualdo, cuoio, pelli, ceramiche smaltate…

Con l’affermarsi delle corti si raffinò pure il senso del bello e, del resto, l’Italia, sull’onda dell’incipiente Rinascimento, grazie alla genialità dei suoi artisti, si conquistò un indiscusso prestigio internazionale e, in fatto di gusto, divenne un punto di riferimento per gli altri Paesi europei.

Tra le famiglie che in quel periodo, commerciando soprattutto con la Spagna, fecero fortuna c’era anche quella acquese dei Della Chiesa. La sua ascesa sociale, oltre che dall’intraprendenza dei suoi membri, fu agevolata dai rapporti con la nobile casata savonese dei Della Rovere e dall’amicizia con l’influente famiglia acquese dei Marenco: Costantino Marenco, prima di diventare vescovo di Acqui, fu consigliere del marchese Guglielmo VIII di Monferrato, mentre il cardinale Francesco Della Rovere nel 1471 venne eletto papa col nome di Sisto IV.

E non erano certo gli unici appoggi di cui godevano i Della Chiesa, che, pur risiedendo ad Acqui, avevano strette relazioni, anche parentali, con Savona, dove erano padroni di un’altra signorile dimora nel centro della città. La loro strategia commerciale contava inoltre su una fitta rete di intermediari, di procuratori e di uomini di fiducia che dalla Lombardia si estendeva alla Spagna. A Valencia disponevano di una base stabile e, stando ai documenti, anche di una casa con tanto di magazzino e di cappella.

Orbene, la famiglia dei Della Chiesa – dall’austero e retto Domenico, il padre, al figlio Francesco, di tempra sensibile e generosa – ha un ruolo di rilievo nell’economia del romanzo, ma il vero protagonista è un giovane di umili origini, bello e aitante, di nome Gismondo. Egli, grazie alle sue doti di intelligenza e di cuore, riesce a guadagnarsi l’apprezzamento e l’affetto dei Della Chiesa, tanto che Domenico, per compensarlo della sua intraprendenza e, più ancora, della sua lealtà e della benevolenza che nutre nei riguardi del coetaneo Francesco, gli assegna la masseria condotta dai suoi genitori e praticamente lo elegge a factotum, coinvolgendolo nelle proprie iniziative commerciali.

Sotto questo aspetto si può dire che Gismondo, con la sua laica “virtù”, incarni il modello dell’uomo rinascimentale suæ fortunæ faber. Egli, tra l’altro, profittando dell’amicizia di cui lo gratifica il dotto Costantino Marenco, si lascia da lui istruire e avviare al culto del bello. E in ciò lo conforta la frequentazione del maestro Zannino, uno scultore-intagliatore che, su richiesta del vescovo, da Genova si era trasferito in Acqui. Alla loro scuola egli matura uno squisito senso estetico, che lo porta a ricercare ed ammirare la bellezza dovunque essa si manifesti: nelle opere d’arte, nel paesaggio, negli apparati domestici, nelle donne. La sua indomita curiosità fa il resto.
Per le donne, a dire il vero, egli ha un’autentica debolezza, tanto da guadagnarsi la fama di sciupafemmine e di attirarsi, in qualche caso, il biasimo dei suoi stessi protettori. A differenza dell’amico Francesco, che si è invaghito di una giovane savonese di buona famiglia e vive con sofferto trasporto un sogno d’amore tanto esclusivo quanto di ardua realizzazione, egli si lascia trasportare dalla sua esuberanza giovanile ad occasionali e sensuali avventure con donne di ogni rango sociale. L’amore, per il momento, gli è estraneo.

In compenso, ogniqualvolta gli si offra il destro, così ad Acqui come altrove, non manca di deliziarsi e talora di estasiarsi nella contemplazione del bello. Di qui la frequenza dei verba videndi che ne caratterizzano le ricognizioni, le quali gli dischiudono sempre nuovi orizzonti di meraviglia. Di qui anche la dovizia di descrizioni, nelle quali l’Autore dà il meglio di sé, dimostrando le sue competenze artistiche e la sua passione, coltivata in tanti anni di studi e di ricerche, per la pittura e la scultura.

L’esempio più clamoroso è nella dettagliata rassegna delle varie cappelle della cattedrale savonese con i loro tesori d’arte. Ad impedire che si risolva in un’arida guida è proprio l’ottica intradiegetica prescelta: lo sguardo è quello di Gismondo, spinto dalla sua curiosità a fare il giro della chiesa profittando dell’enorme folla che assiste alla solenne celebrazione della messa domenicale. Nessuno bada a lui, mentre procede “con ordine all’esplorazione del tempio” e questo gli consente “di muoversi indisturbato lungo il [suo] perimetro e di osservare tutte le meraviglie” che vi sono custodite. E che si squadernano via via ai suoi occhi, in un crescendo di suggestioni. Gismondo non si limita peraltro ad ammirare, ma giudica e riflette sui vari manufatti sulla base di propri criteri interpretativi, con una preferenza dichiarata per i tratti realistici che informano la produzione artistica più recente.

Egli ha infatti una visione del mondo più umanistica e laica che non religiosa e trascendente. D’altra parte, l’estasi che egli prova dinanzi a certi spettacoli della natura o a talune opere d’arte nasce più dall’ebrezza dei sensi che dall’esaltazione spirituale. Ed anche quest’ultima, quando compare, ha radici eminentemente estetiche: l’esistenza o la presenza di Dio è attestata, più che altro, dall’armonia che promana a volte dalla natura o dall’arte, che ne costituisce un prolungamento o un completamento. Ora sono i profumi che si sprigionano in maggio dai rosai, ora la visione del mare e del litorale savonese a inebriare Gismondo, ma tutto, si può dire, lo interessa, dalle leggende eziologiche alle attività economiche, dagli spettacoli di piazza ai segreti degli artisti e degli artieri. Di tutto egli prende diligente nota, persuaso che “fissare sulla carta le riflessioni indotte dalla giornata” sia di grande aiuto nella vita. Per questo il romanzo è anzitutto un Bildungsroman, un romanzo di formazione. Quantunque resti, soprattutto, un romanzo d’avventura, pieno di colpi di scena e di peripezie (che talora si configurano come avventure nell’avventura), ed anche un romanzo d’amore.

Omnia vincit amor, a cominciare dalle barriere sociali. E sarà appunto l’amore, conquistato attraverso errori e contraddizioni – non solo perché spesso l’amore rima con dolore, sì anche perché esso legittima ogni comportamento, fosse pure il tradimento dell’amicizia: avec la guerre et avec l’amour ni jamais et ni toujours – a sancire la maturità di Gismondo. Il quale in terra di Spagna fa la conoscenza di alcuni geniali pittori, tra cui Bartolomé de Cardenas detto il Bermejo, che lo accompagnerà nelle sue diverse peregrinazioni, in luoghi “alti” (quali chiese e monasteri) e “bassi” (quali taverne, ospedali, postriboli). Con loro, anche Francesco Della Chiesa, fedele come pochi all’amicizia. E sarà proprio lui a commissionare al pittore spagnolo il retablo con la Madonna di Montserrat, che alla fine approderà nella cattedrale acquese. Ebbene, il pittore darà alla Vergine le sembianze di Maria Pilar, la moglie strappata a Francesco da repentina morte. Il lenzuolo bianco che nasconde il retablo prima di essere discoperto è assimilato a quello che celava le spoglie esanimi della defunta e quindi, in successione, alla Sacra Sindone. Ed è come se, tolto quel velo, anche Maria Pilar ritornasse a vivere, più splendida che mai. In un’epifania che solo l’arte, quando sia degna del nome, può garantire.

Lorenzo Zunino, Il retablo di Santa Maria di Montserrat, Casa Editrice Kimerik, Patti 2018.


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